93 Giorni

•aprile 11, 2008 • 11 commenti

Ho molti difetti.
Arrogante, cinico, bastardo, coglione, perditempo, depresso, apatico, insensibile, depravato, egoista, solitario, insicuro, irascibile e altri ma molti altri difetti che non mi va di elencare. La verità è che sono così schietto con me stesso che non ho problemi di nessun tipo a fare la lista di quelle caratteristiche che fanno di me un uomo terribile, non mi importano, non mi sono mai importate più di tanto.
L’essere schietto, per prima cosa con il sottoscritto, è probabilmente l’unico, se non il solo, pregio del mio schifoso carattere che riesco a riconoscere.
Essere schietto, dire in faccia al tuo interlocutore quello che vuole sentirsi dire nel profondo, non una banale scusa che lo faccia sentire bene.
Essere schietto, ammettere che la tua vita è un disastro, essere conscio del fatto che in quasi trentatre anni vissuti non hai combinato nulla, e con assoluta certezza del fatto di non aver il tempo di poter far realmente qualcosa. Indubbiamente essere schietti è una piaga, per chi il carattere l’ha debole, può risultare antipatico, ripugnante ma per fortuna guardi in faccia la vita per quel che è.
Per il semplice fatto di essere schietto con me stesso posso affermare con assoluta certezza che sono poche le volte in cui ho fatto marcia indietro, il classico ripensamento. Nessun orgoglio personale, davvero.
Credo fortemente che ciò che si fa, le scelte che decidiamo di effettuare, sbagliate e giuste che siano, debbano essere tali: definitive, senza alcun ripensamento. Meglio agire d’istinto che logica forse? Le scelte dettate dall’istinto sono quelle più veritiere, quello che maggiormente ci rappresentano, che ci identificano e che ci rispecchiano. La logica molte volte va oltre a ciò che siamo, nella logica abbiamo il tempo dalla nostra, la pazienza di elaborare, creare e concretizzare.
L’istinto viene dal profondo del nostro essere. Ecco cosa dimenticavo tra i miei difetti, l’essere prolisso. Sono una di quelle poche persone che possono vantare di contare sulle dita delle mani le volte in cui hanno avuto un ripensamento, di conseguenza, di aver compiuto una correzione, un aggiustamento, una deviazione sui passi fatti. Forse mento, un po’ di orgoglio c’è.
Aggiungerei anche bugiardo, allora, alla lista dei miei difetti. Non c’è mai fine a quella, meglio scordarsela forse.
La notte scorsa, dopo il mio rituale di distruzione, sulla via di casa ho pensato molto a quel vecchietto che mi ha fermato, quel Gus. Sono stato scontroso, precipitoso e sicuramente scortese.
Non amo essere disturbato sul lavoro. Esigo concentrazione, cerco la concentrazione in me e il disturbo proprio non lo tollero. Avrei potuto maledire anche mia madre in una tale situazione, non c’è nulla di personale. Ho pensato tanto a Gus anche a casa, mentre continuavo a girarmi nel letto per addormentarmi. Non ho riposato molto, ma questa non è una novità.
Il povero Gus voleva parlare, certamente perché era depresso e solo, ma forse cercava qualcuno.
Un aiuto inaspettato. Sono un coglione, non l’ho capito immediatamente. Forse la gente quando deve risolvere situazioni fuori dal comune, strambe e grottesche riesce a riconoscere le persone fuori dal comune, strambe e grottesche come il sottoscritto.
L’ho allontanato. Quel povero vecchietto aveva bisogno del mio aiuto, ritrovarlo è stato facile, come la sua casa e l’appartamento in cui viveva. Sembrava quasi sicuro del mio ritorno, prima o poi sarei tornato per lui, probabilmente.
Aveva ragione, mi sbagliavo su tutto persino sul fatto che sua moglie fosse viva.
E’ viva, è davvero viva. Purtroppo per il povero Gus, perché vedendo il suo stato preferirei averla trovata morta piuttosto che in agonia sul letto che hanno condiviso per tutti questi anni. In una stanza buia, scura, che puzza di morte sin dall’ingresso. La donna giace scoperta nel letto, suda, ansima e ogni respiro è un agonia. E’ difficile riuscire ad immaginarsi il dolore di ogni respiro, talmente forte, lancinante che ti porta a desiderare di non respirare proprio più. L’aria è come l’acqua: essenziale. E noi facciamo fatica a immaginarci la sofferenza che un malato possa patire nel semplice gesto di un respiro o nel dissetarsi.
E’ un concetto che va oltre la nostra massima soglia di dolore, dovremmo essere li in prima linea per capirlo, essere direttamente coinvolti. Cosa mi spaventa di più in tutta questa faccenda?
La lista è lunga, preferisco prendere una sedia dalla angolo della stanza, girarla e sedermi appoggiando i gomiti sullo schienale in legno. Una sigaretta mi aiuterà a riflettere meglio, né a Gus né alla sua povera moglie darà fastidio. Ne sono sicuro.
Alla donna mancano un paio di arti, la gamba sinistra e il braccio sinistro, dal gomito in giù. E’ terribile, ha oltrepassato lo stato del dolore umano, giace in una stasi incosciente. Un passo dalla morte, dal sollievo finale.
Inutile fermarsi alla bravura dei medici che hanno tempestivamente curato la cancrena che divorava i due arti, tagliandoli e rimovendoli. Sono sicuro che gli stessi macellai non sono riusciti a spiegare una sorta di demenza che ha colpito la signora, ancora prima del imputridirsi delle sue carni.
Sbuffo lentamente il fumo della sigaretta dalla bocca, lo faccio un po’ per rispetto e un po’ per concentrazione. Gli occhi scrutano ogni angolo del corpo della donna, occhi inquisitori e minuziosi nella loro ricerca. Occhi che possono guardare oltre a quello che normalmente ci circonda.
La mia fortuna, la mia sventura.
Eccolo, dietro il collo, quando volta la testa leggermente sulla sua sinistra, in cerca del marito accanto. Sotto i lunghi, crespi capelli neri un piccolo simbolo che lampeggia al mio sguardo come se fosse una sorta di segnale. E’ esattamente quello che cercavo, quello che mi immaginavo dopo aver visto questa donna. Certo, ho sperato di sbagliarmi ma non è sempre così: alcune volte azzecco, molte delle volte ad essere sincero.
Un marchio, come quelli che vengono affibbiati alle bestie proprio perché questa donna è trattata nello stesso modo: esattamente come una bestia da macello.
Ancora più delle creature che riesco a vedere odio gli esseri umani che, pur avendo hanno il dono della vista, per vigliaccheria, per lussuria e potere vendono l’umanità ai loro padroni infernali. Venduti, bastardi e odiosi pezzenti travestiti da uomini. Non saprei nemmeno a quale categoria assegnarli.
Girano il mondo in lungo in largo, cercano il loro padrone, colui che gli fa un offerta vantaggiosa che non si può rifiutare. Si prostrano ai piedi del loro nuovo dio in Terra, vengono anche essi marchiati con il caratteristico simbolo di appartenenza, il simbolo che li identifica associati alla casta demoniaca.
Esso li protegge dalle altre creature, una battaglia contro questi disertori e meschini esseri all’interno del Circolo è in atto da più di quarant’anni, all’epoca della prima rivolta, il primo uomo che decise di voltare le spalle al Circolo in favore delle creature che prima cacciava.
Il capostipite di una nuova generazione, il primo di un nuovo movimento che purtroppo dopo quattro decenni può vantare un numero maggiore nelle loro file rispetto alla nostra coalizione.
Il ritratto della deformità di questa società , che distorce anche coloro che tentano disperatamente di mettere una pezza a questa nave che lentamente affonda, ovviamente affonda nella solita merda.
Tutto ciò mi disgusta, butto a terra la sigaretta spegnendola con il piede sinistro. Non avevo nemmeno assaporato gli ultimi fiati di tabacco, una sigaretta sprecata. Faccio un cenno a Gus di avvicinarsi, timidamente si accosta al mio viso per sentire meglio.

“Da quanto è in queste condizioni Gus?”
“Queste condizioni? Lo stato di apatia? La malattia che divora il suo corpo pezzetto per pezzetto? La sua mente che spesso la porta a creare suoni isterici che escono dalla sua bocca? Parola senza senso, piene di cattiveria e rabbia? Mi creda, sono purtroppo sei anni. Sei lunghissimi anni.”

Sei anni?
Cazzo, sono tanti…purtroppo troppi.

“Posso solo immaginare, e la prego assolutamente di interrompermi qualora dicessi qualcosa di sbagliato Gus, che sua moglie in principio ebbe una febbre tanto alta da farla sudare freddo. Pensaste a una sorta di malattia polmonare aggravata ma successivamente interviene anche il fattore mentale: le cellule celebrali di sua moglie si destabilizzarono portandola a farneticare. I medici di primo acchito non riuscirono a spiegarle la causa e dopo qualche giorno il primo vero sintomo diagnosticabile: cancrena agli arti. Non so dirle se prima il braccio o la gamba, il punto è che i dottori le portarono via entrambi, uno dopo l’altro pensando di aver trovato la loro soluzione. Tutte stronzate, anche dopo l’operazione le condizioni di sua moglie non migliorarono, sino alla resa finale. Una qualche malattia degenerativa a livello mentale, sua moglie non potrà più tornare ad essere quella di prima, così la liquidarono i dottori prima di rispedirla a casa. Gus, non mi ha interrotto una sola volta, devo quindi dedurre che sia tutto vero, che la mia ricostruzione corrisponda con la sua personale odissea. Non sono un mago o un indovino, non è la prima volta che mi capita una tragedia di questo tipo, parla l’esperienza che è in me. Proprio per esperienza le domando, Gus: quando è successo tutto questo? Lei sa esattamente quando le cose sono cambiate, sbaglio?”
“Avevamo litigato, noi non litigavamo mai ma quella sera è successo. Proprio per il fatto che non avevamo mai discusso così animatamente, ancora oggi, dopo tanti anni non posso che maledire il mio carattere a volte difficile e ottuso. Voleva…aveva il desiderio di trasferirsi, di lasciare la città per una piccola casetta in campagna. Sapeva del male che stava divorando le nostre strade, percepiva la morsa che presto ci avrebbe rinchiuso. La cappa sopra le nostre teste, ora così tangibile e visibile. Allora erano solo segnali, un qualcosa che io mi ostinavo a non vedere e mi imputai sulla sua scelta. Uscì, tornò tardi quella notte, quando ormai stavo dormendo. Anzi, facevo finta di dormire ma sentivo che il suo respiro era diverso. Non disse una sola parola, e il giorno dopo la febbre si manifestò in lei, portandomela via piano piano.”
“Sua moglie deve aver frequentato un pessimo locale. Il suo desiderio di rimanere Gus l’avrà portata in uno di quei locali che disprezzava. Non capiva cosa l’ancorava a questa città, ha voluto sicuramente comprendere.”
“Quali locali? Non conosco nessun tipo di strambo locale. Ne sono sempre stato alla larga, sapevo della brutta fama.”
“Ne sono sicuro, deve sapere che sino a qualche anno fa questi posti erano una sottospecie di club privati, ci entravi solo per sentito dire, per fama e desiderio di conoscenza. Vere mecche di perversione, chiese di depravazione dove venivano praticati i culti più terribili che il genere umano abbia mai scoperto. Sono rari oggigiorno, un brillante idiota alcuni anni fa ha pensato bene di piazzare i suoi uomini in ogni genere di posto: discoteche, pub, locali, luna park, bar, scuole persino, ogni genere di posto. Diciamo che così gli affari si moltiplicarono, e tutti seguirono quest’esempio. Ma il luogo che sua moglie frequentò, quei luoghi che ancora oggi esistono ma non sono più accessibili a chiunque come un tempo, fu fatale.”
“Fatale? In quale modo fu fatale? Non capisco….”
“Ha compreso Gus che ci sia qualcosa oltre a quello che lei vede? Il male che percepiva sua moglie? Esiste, per sua fortuna non lo può vedere ma io e altre persone come me ne sono capaci, la chiami pure selezione naturale. Purtroppo non tutti si piegano al senso di giustizia e onore, molti preferiscono soluzioni alternative: finisco per servire ciò che lei non riesce a vedere, le creature.”
“Il diavolo.”
“Può chiamarlo anche così. Anche se al mondo non esiste un solo diavolo, non c’è un monopolio di crudeltà. Di diavoli il nostro mondo ne è pieno. Sua moglie è stata avvicinata da un loro servitore umano, capace di marchiarla e renderla schiava del suo padrone. Questa gente, questi bastardi ora si annidano ovunque, hanno lasciato questi luoghi di perdizione esclusivi pensando di poter far affari la dove la gente non si aspetta il male. La nostra stupidità e ignoranza contro la loro furbizia, lo scontro è impari. Hanno vinto, stanno tutt’ora vincendo.”
“Mia moglie, la mia adorata moglie è stata marchiata? Cosa significa di grazia? E’ un marchio a renderla così malata? E questo marchio che la divora?”
“Il marchio a lei applicato è una specie di segnale, un GPS, un faro nella buia notte. Sono piccoli, impercettibili e nascosti e non serve molto per crearli. Un semplice gesto, un piccolo tocco sulla pelle. Sua moglie potrebbe aver anche respinto le avance di quell’uomo quella sera, può averlo respinto, può anche non aver consumato alcun rapporto ma è bastata anche una carezza, piccola, innocente prima che abbandonasse quel luogo.”
“Mi ha tradito. Quella sera m ha tradito. Facevo finta di dormire, aspettavo solo il suo ritorno e l’ho capito sin da subito che mi aveva tradito. Sono cose che capisci comunque quando ami una persona. Quando passi metà della tua vita insieme a lei.”

Cazzo, lo sapeva.
Credevo fosse la parte più difficile da dire questa, ogni volta cerco di prepararla bene ma è in assoluto la prima volta che mi capita una tale reazione. Come se per lui fosse un fatto non importante, assolutamente insignificante.
Mi lascia basito, sconcertato per qualche secondo e avrà notato le mie labbra che fanno fatica a continuare il mio discorso meticolosamente preparato. Forse è meglio non dar peso, far finta che non sia il tema centrale della vicenda. Ma lo è. E’ il tema centrale questo.

“Quel marchio Gus l’ha resa visibile e accessibile a queste creature che si potevano così avvicinare a lei per poter pranzare, cenare o farsi uno spuntino. Le creature si cibano della carne umana per poter arrivare a quella che noi chiamiamo anima, che si annida nel nostro corpo. Il tocco, il morso di questa creatura all’occhio medico è riconducibile a una cancrena avanzata a uno stadio tale che l’amputazione è l’unica soluzione. Sua moglie è diventata cibo per questa creatura, la sua sofferenza, la sua malattia l’ha sfamato per tutti questi anni. Tra di loro c’è una sorta di legame, come un cordone ombelicale lega il bambino alla sua madre. Sua moglie ha sfamato inconsapevolmente questa oscenità per sei lunghi anni.”

Devo pensare ad altro, agire nel mio intento e non fermarmi a riflettere su qualcosa che ancora mi turba e mi colpisce dentro con tale forza e efficacia.
Dalla mia tasca interna levo un piccolo sacchettino di stoffa avvolto con cura da un laccio di gomma scura. Srotolandolo libero la siringa al suo interno e un paio di fialette. Sono sempre più certo del loro utilizzo, ringrazio ancora una volta il mio sesto senso che mi ha portato qua insieme a questi strumenti ora tra le mie mani. Il loro utilizzo è provvidenziale, vista la situazione.

“Quel…quel liquido l’hai aiuterà? La salverà?”
“Gus, si sieda e le tenga la mano. Questa boccetta contiene un’alta dose di morfina, è un narcotico che si ottiene dalla raffinazione dell’Oppio. Questo lo sa vero? Avrà effetto immediato, allieverà le sue reazioni al dolore, sopprimendole, placando la sua sofferenza. L’alta dose concentrata provocherà un edema polmonare dovuto all’insufficienza cardiaca. Il suo cuore non riuscirà più a pompare sangue e ossigeno e smetterà di respirare. La lasceremo andare nel modo migliore che possa esistere: senza farla soffrire.”
“La…la uccideremo…?”
“La libereremo Gus, la libereremo. Non è altro che schiava di un essere che si ciba continuamente di lei, lo è stata troppo a lungo quanto basta a renderla una donna diversa. Non potrà mai tornare ad essere quella di un tempo, la sua mente è stata danneggiata e il suo corpo martoriato. Ciò che ricorda di lei è un semplice ricordo e basta. Lo capisce, vero? Non vedo altre soluzioni e non voglio doverla per forza svegliarla dal suo tormento per sentirla parlare, perchè qualunque siano le parole che dirà non saranno quelle della donna che ha conosciuto e amato Gus.”

Non dice nessun’altra parola, si limita a baciare la sua mano mentre inietto nell’altro braccio la sua “dolce morte”. Parole di scuse, rimorsi e preghiere quelle di Gus che non fanno altro che tormentarmi anche quando torno nel mio appartamento, un paio di ore dopo.
Non riesco proprio a capire questa situazione, mi è aliena e mi spaventa: potrebbe essere così naturale ma io non la provo.
Per sei anni ha assistito una donna che l’ha tradito nella loro intimità, una vecchia signora che si gode i piaceri di una giovane compagnia maledetta che la rende schiava, marchiata da un demone che ne fa il suo personale sandwich da assaporare di tanto in tanto.
E’ stato Gus a voler farsi perdonare, è lui che ha scelto deliberatamente di seguirla nonostante gia sapesse la causa del suo male. Pensa, immaginavo che il tradimento fosse qualcosa che ti segna, che ti ferisce che è difficile da perdonare.
E’ quasi passato dalla parte dei colpevoli, si è inginocchiato a lei nei suoi ultimi istanti di vita rimpiangendo solamente quella litigata e non il tradimento che gli ha allontanati definitivamente.
E’ questo che è capace di fare l’amore?
Lo ignoravo totalmente. Ero all’oscuro di un tale sentimento. Il bussare mi riporta alla realtà della mia vita e lo è anche la visione che mi si appare davanti: una donna di rara bellezza.

“Ciao, sono Alex. Posso entrare, vero?”

Un biondo-castano di capelli, quasi naturali insieme a degli occhi verdi ipnotizzanti anche se leggermente nascosti da ciglia lunghe nere come la pece, un sorriso dipinto sulla bocca come il rosa lucido del rossetto sulle sue labbra. Accompagnato da un corpo spettacolare i cui vestiti esaltano le forme.
Nessuna ragazza come lei busserebbe alla porta del mio appartamento di spontanea volontà, appartengono a quella classe di donna di così appariscente bellezza degna di altrettante bellissime star. In un mondo normale non potrei mai permettermi una vita con lei ma fortunatamente posiamo i piedi su qualcosa che non esiste, che lentamente divora ciò che ci circonda.
Come la moglie di Gus.
Desidero provare quest’emozione sulla mia pelle, desidero sentirmi amato anche io.
Lo desidero fortemente, e per questa notte credo proprio che mi accontenterò anche di pagare per ciò che desidero.

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94 Giorni

•aprile 1, 2008 • 5 commenti

Un fottuto Globo di Terrasque.
Dopo quasi una settimana sembra proprio che la fortuna è tornata a sorridere al volto di questo uomo. Sono ben conscio del fatto che nulla potrà salvarmi dall’inevitabile, nemmeno questo preziosissimo globo.
Eppure averlo qua davanti a me mi conforta, aiuta a darti la consapevolezza che possiedi ancora un qualcosa che vale più della tua inutile vita. Perché è così: questo globo vale più della mia stessa vita, non lo dico per circostanza ma ci credo e fortemente. Per il loro potere, per la loro indole e per i servizi che possono dare.
Unici, preziosi e rari. Valgono persino più della vita di qualche altro esorcista ricco e famoso, avere un globo di Terrasque tra le proprie mani è come vincere una lotteria, il primo premio, quello più ambito che tutti ti invidiano. E’ così dannatamente importante che lo fisso da ieri sera, appoggiato sul mio tavolino di legno, ancora nella sua curata confezione di carta.
Una specie di guscio protettivo che lo tiene al sicuro dalle mie mani. Ho un certo timore a scartarlo, l’ultima volta che ne ho visto uno era sei anni fa.
Sei anni fa è un tempo molto lontano, le cose possono totalmente cambiare anche in un giorno. Nel momento in cui lo scarterò sono sicuro che avrò un innato desiderio di verificare il suo enorme potere, da subito. Che ti succede? Tanta apatia scacciata in un attimo solo per un oggetto così prezioso?
No, credo sia desiderio di rivalsa, la cocente volontà di usarlo su una testa di cazzo che mi ha umiliato. Non scappo mai via, non lascia mai irrisolti i problemi. Piuttosto mi faccio quasi ammazzare, morirò presto per non essermi tirato indietro.
Il palazzo degli orrori di quel servo delle Bocche di Fuoco, così pimpante, sicuro, borioso e altezzoso. Vorrei sbatterli questo Globo davanti gli occhi gia stasera, ridere di gusto mentre mi fumo una sigaretta e vederlo contorcersi dal dolore delle sue azioni.
Sarebbe magnifico, ma non sarà questa sera.
Mi hanno insegnato che non serve essere impazienti, soprattutto in questo lavoro. I particolari, i segni e gli allineamenti sono importanti. Come le maree, anche il globo, modifica la sua funzionalità con la Luna piena. Sembra pazzesco ma è così, il principio fisico che lo muove è lo stesso, almeno credo.
Luna piena. Sette giorni da oggi, secondo il calendario. Goditeli bene, perché io li conterò.
Per fortuna ho altro da fare, almeno per questa sera. Per domani si vedrà, l’importante è avere un impegno ora.
Dei folletti bastardi si stanno riunendo in una specie di congrega, e se ne vanno in giro per i vicoli a mangiarsi dei barboni. Lo fanno anche di giorno, questa è la cosa più preoccupante.
Hanno iniziato con dei cani randagi, gatti e ora stanno passando a dei relitti della società. Quanto tempo ci vorrà prima che scopriranno le delizie di una giovane ragazza? Di un bimbo? Di qualche altra persona innocente?
Demoni del richiamo, la scala più bassa dell’esistenza demoniaca. La stessa esistenza in tumulto, che pare sia in fermento. L’ultima novità pare proprio un’organizzazione di questi bastardelli, riuniti in gruppo. Impeccabile scelta: singolarmente sono delle pustole sul culo, quando iniziano ad essere una ventina, o più, possono far male più di un pugile.
Questa volta sono organizzato, questa volta sarà difficile che mi scappino e soprattutto questa volta sentiranno un fuoco che brucerà tra le loro chiappe così forte, ma così forte che rimpiangeranno i bei tempi in cui erano degli stupidi mentecatti che giravano da soli, nell’indifferenza di tutti.

“Oh cazzo! Miss Sunday! Vuole far piano, per cortesia?”

Il suo amichetto senegalese è venuta a trovarla prima del previsto questa settimana, dolce, carissima Miss Sunday. Vecchietta petulante e bigotta, tanto innocente ma altrettanto perversa.
Credo sia un’ottima momento per uscire di casa questa, a giudicare dall’enorme festa nell’altra stanza e dai rumori molesti che percepisco ne avranno per parecchio. Non sono un guardone o uno che origlia, pensare a Miss Sunday nell’atto del piacere sessuale è così altamente poco erotico che mi viene il disgusto.
E’ una buona sera per andarsene fuori e fare il proprio lavoro.
I giornali locali parlano di almeno quattro resti di cadavere di sconosciuti trovati nelle ultime tre settimane, i bastardelli hanno fame e si vede. Le prime vittime possono anche essere state spolpate vive, è probabile che di loro nemmeno le ossa sono rimaste. Questo mi fa presumere che il numero sia discosti dalla realtà, magari sono il doppio.
Stanno cominciando ad aver la pancia piena, lasciano degli avanzi. Sono soddisfatti. Io di certo no, per fortuna sembrano bazzicare gli stessi luoghi, almeno sotto questo aspetto sarà facile.
Avranno scoperto un gradino di intelligenza superiore riunendosi in gruppo ma non è abbastanza, non è abbastanza per chi lo usa davvero il cervello: non fanno nulla per coprire le proprie tracce, frequentano gli stessi posti e non si nascondono.
Teste di cazzo. Non mi sorprende che siano il livello più basso della loro società, eppure hanno l’abilità naturale di teleportarsi dove desiderano. Un tale potere così poco sfruttatati, applicato a corpi la cui intelligenza è seconda a quella di un ratto.

“Cerca qualcosa mister? Spero non sia uno di quei depravati che fa del male alla povera gente disadattata di questi posti.”

Tanto per cambiare un vecchio curioso che decidere di mettere il naso in questione che non lo riguardano. Deve essere un gene represso nel DNA umano, si attiva con la vecchiaia e rende delle simpatiche persone dei totali impiccioni.
Come se mettere fuori il naso dal proprio appartamento possa risolvere qualche cosa, magari questi gentili esseri ficcanaso credono che domandare porti a una soddisfazione personale, risollevano la loro autostima perduta con la vecchiaia.
Dubito che sia il pensiero dell’anziano che mi trovo davanti, troppo magrolino e ossuto per essere un benestante che bada anche agli affari degli altri. Un viso vissuto, occhi scavati nei bulbi e nascosti da grandi occhiali.
L’aspetto trasandato di chi non ha il tempo di curarsi della propria persona, il genere di uomo che non perde del tempo con gli altri proprio perché a malapena gestisce il suo di tempo.
Che diavolo vorrà allora da me? Ha deciso di cambiare le proprie abitudini solamente oggi? Proprio quando sono qua a fare il mio lavoro?

“Assolutamente no signore, non si preoccupi. Sono qua semplicemente per aiutare l’intero vicinato. Torni pure dentro casa sua, torni e si scordi di me, Dubito che ci rivedremo anche se vorrà ringraziarmi.”
“Spero proprio non sia un depravato, non ha la faccia da depravato. Avrò denunciato il fatto gia tre volte, ma non serve a nulla. Lei è qua per risolvere questo problema allora?”
“Certamente signore. Sono qua proprio per questo.”
“E’ un poliziotto?”
“No.”
“Servizi speciali?”
“Una specie.”
“E’ seccante la mia presenza? Sembra un tipo poco socievole non particolarmente amante della compagnia umana. Credo sia dovuto a lei come carattere ma temo sia anche responsabilità mia, della mia insistenza, dello sproloquiare a volte senza cognizione di causa e…”
“Sto lavorando. Faccio semplicemente il mio dovere, lei non mi secca assolutamente come persona, il punto è che sono impegnato in qualcosa che non dovrebbe riguardarla minimamente. Non mi infastidisce ma potrebbe presto farlo se continua a rimanere qua. Capisce?”
“Mi chiamo Gus, io. Abito nel palazzo di fronte, lo vede? Quello sbiadito. Un tempo era un giallo intenso, come il sole. Bello e fiero. L’avevamo scelto proprio per il colore, io e mia moglie.”
“Che problema ha lei?”
“Io? Io fortunatamente nulla. Penso di stare bene, certo magari soffro di solitudine, il mio continuo ciarlare sarà dovuto all’assenza di parole che pronuncio in casa. Un tempo mi piaceva parlare, io e mia moglie parlavamo molto ma purtroppo il tempo passa e la morsa cancerogena che sta divorando questa città ha dato un morso anche a questo quartiere, il mio palazzo, mia moglie.”
“Non riguarda solo lei, sua moglie o il vostro bel solare e giallo palazzo. La morsa investe ogni singola via, per ogni possibile aspetto con sempre più remote possibilità di emergere dalla merda in cui stiamo soffocando.”
“La sua è una visione negativa. Voglio ricordare il bello che prima albergava qua attorno a noi.”
“A quale scopo? Per chiudere gli occhi di fronte a questo schifo? Vuole continuare ad andare in giro come se niente fosse, parlando dei bei tempi andati senza riflettere su quello che lo circonda? La mia visione negativa preferisco chiamarla visione realista. E’ la quadratura del cerchio, se ne faccia una ragione.”
“Lei non capisce, quando io e mia moglie parlavamo dell’ultima crisi che ha investito questo paese eravamo concordi sul fatto che la luce potesse tornare ad illuminare questa bua città, il sole, lo splendere dei suoi raggi. I raggi di sole, quelli si che a mia moglie piacevano, era un’altra persona quando c’era il sole.”
“Da quanto sua moglie non riapre gli occhi? Da quanto non le parla? Credo molto Gus, perché se lei ancora fosse viva non si sarebbe rimbecillita vivendo nel suo glorioso passato, la sua povera moglie le darebbe un bel paio di ceffoni ora, se fosse viva. Questa sua disillusione lo divora dall’interno come una malattia, la falsa speranza è più crudele e dolorosa della piaga che ci divora. Un raggio di sole che può curarci? Non dica altre cazzate, siamo oltre quel limite, nemmeno noi possiamo salvarci. Abbiamo oltrepassato quel limite. Sua moglie Gus, sua moglie è stata fortunata a morire prima.”
“Lei non è morta.”

Alza i piedi e senza aggiungere una sola parola che sia una, sparisce nel suo palazzo. Quello che un tempo era giallo e intenso come un fiero sole.
Alcune persone a volte hanno semplicemente bisogno di scambiare quattro frasi con chiunque, anche il primo sconosciuto che esita due minuti alla loro finestra. Questi vecchi sono talmente assorbiti dagli eventi, incapaci di capirli e comprenderli, da lasciarsi trascinare come un gregge di pecore. Solamente che il loro pastore è un diavolo, e verranno condotti nel suo personale inferno.
A volte mi fanno pena, è inevitabile. Dopotutto il nostro corpo umano è una macchina senza garanzia che si usura con gli anni, c’è un limite, l’apice della sua struttura. Oltre ad esso solo un lento e inesorabile declino sia fisico che mentale.
Quest’ultimo è quello che più mi preoccupa. Quando si rimane soli, intrappolati nella gabbia che ci siamo noi stessi costruiti, il processo degenerativo è peggiore perché coltiviamo il ricordo, il solo pensiero come se fosse l’unica alternativa del mondo. Quell’alternativa è un ideale, un sogno, un ricordo manipolato e come tale non sarà mai vera. Un po’ mi fa pena, per qualche minuto mi rimprovero di essere stato così duro. Pochi minuti però, mi rendo conto che ho impegni più importanti.
Impiego circa quaranta minuti ad allestire un cerchio quasi perfetto con del gesso nel vicolo dove i parassiti che caccio di solito cenano. Passano invece circa quattro ore, che trascorro seduto all’interno di questo cerchio, per vedere il primo bastardello che mette fuori il naso da una grata in fondo al viale.
Altri trenta minuti affinché acquisiscono quel coraggio necessario per uscire in massa, sempre a piccoli e brevi passi. Sono stupidi vero, ma purtroppo non al punto di attirarli così facilmente. Gioco la carta dell’olfatto, possono fiutare l’odore del carbonato di calcio del gesso con cui ho tracciato i cerchio, è strano che tra tutte le sostanze stimolanti questo sia efficace. Del semplice carbonato di calcio, un rimedio quasi naturale. Non basta però. Sono ancora furtivi, guardinghi e soprattutto dubbiosi. Sono sazi, ma non abbastanza e devo essere sicuri della loro preda, io devo essere sicuro e pronto al momento giusto.
Tra le mie mani stringo la scatolina che il Vecchio mi ha venduto ieri sera, il mio rituale di distruzione. Devono essere tutti quanti vicini, tutti e quaranta perché non deve rimanerne nemmeno uno. Nemmeno uno.
Possono tranquillamente uccidermi, se sbaglio lo faranno. Riuniti in colonie possono essere temibili, e onestamente un po’ li temo ma fortunatamente mi torna alla mente le vere situazioni in cui sono stato accerchiato. Quelle classiche situazione di vita o di morte, dove la morte è la via più breve, veloce e indolore. L’ultima della serie, l’ultima di queste situazione quasi una settimana fa e ho perso.
Quelli si che sono momenti terribili, quasi rido confrontandola a questa. Il piacevole sorriso dura pochissimi istanti, quando sente le sudice manine che scivolano sul mio corpo. Stanno per assalirmi, vogliono divorarmi, strappare la mia carne, mangiarla, assaporarla.
Sapete una cosa miei cari demoni del richiamo? Tutte le persone che avete fagocitato e consumato avevano un prezzo. Eccovi il vostro cazzo di conto da pagare!
Lo scatolino che ho tra le mani si apre, riverso sui demoni il suo contenuto: polvere di zolfo.
Sottile, grigiastra e dall’aroma pungente. Veleno per questi piccoli elfetti, non è importante la quantità che li investe, anche il solo odore li paralizza, contorce le loro budella, aghi sottili che forano i loro polmoni. E’ una reazione a catena, quando il primo collassa a terra morto sprigiona una fiamma che investe tutti gli altri, lo zolfo fa da ottimo catalizzatore e il cerchio da me disegnato, le scritture accurate che m hanno portato via quaranta minuti, mi proteggono da questo piccolo rogo che consuma, brucia e purifica.
Per qualche secondo, davvero poco, il fumo mi inebria. Penso davvero di stare meglio, lo credo fortemente ma è un effetto collaterale che fortunatamente svanisce subito.
Attorno a me solo polvere, delle creature niente più traccia. Zolfo micidiale, a quanto pare non lo gradiscono, è peggio dell’antrace: li consuma dall’interno e svaniscono tra le fiamme come sempre.
Mi alzo, lentamente e con la scarpa rompo il cerchio di protezione cancellando alcune parti. Mi fermo ad osservare l’edificio un tempo giallo,intenso come il sole e fiero di Gus: un triste condominio che ha vissuto i suoi tempi migliori più di trenta anni fa, e guardandomi attorno la situazione non migliora. Questa città sta morendo lentamente, proprio come me.

95 Giorni

•marzo 25, 2008 • 28 commenti

E’ difficile magari da immaginare eppure sono quel tipo di persona che ama far compere e spendere un po’ di soldi. Ovviamente quando possiedo del denaro, e nel mio lavoro è raro vedere qualche ricco di alto borgo.
L’esorcista è un lavoro che da la fame, nessuna agevolazione fiscale, nessun contributo alla tua pensione (anche perché la nostra gente ha basse aspettative di vita). Solo la gloria, l’esser ricordato da altri poveracci nelle tue stesse condizioni, ma al di fuori della nostra ristretta cerchia il mondo non si fermerà un solo secondo, nemmeno uno, dopo la tua morte.
Nonostante quel mondo tu l’abbia salvato, più di una volta magari.
E’ una questione di politica, persino la politica mette il becco qua in materie che non la competono. Cerca di essere uno che conta, che piace alla gente, accondiscende e magari servizievole.
Erano le parole di un mio carissimo amico, colui che mi ha iniziato in questo lavoro. Essere un buon politico anche nel mondo dell’esorcismo, spalancare certe porte e quindi assicurarmi almeno il giusto compendio delle tue gesta.
Non sono nato leccaculo e fortunatamente morirò senza imparare ad esserlo.
Fanculo la politica! Fanculo essere servizievoli e accondiscendenti! Fanculo essere uno che conta!
Sono contento delle mie cinquantacinque sterline che porto dietro, e sono contento anche del buco che mi ritrovo come appartamento.
Amo spendere quello che possiedo, adoro possedere solo ciò che possiedo anche se è poco.
Non voglio altro, non voglio avere altro al di fuori di quello che mi merito per essere me stesso: un fottuto cinico esorcista depresso e deviato. Amo me stesso.
Amo far compere, amo farle soprattutto nello stesso posto schifoso non tanto per la comodità (si trovo a pochi isolati da casa mia, una pura coincidenza) ma per le persone. Ciò che le persone comprano è lo specchio del loro io, basta prendere ad esempio il tizio davanti a me alla casa. Il rullo trasportatore mi mostra un cibo precotto per una porzione sola, presumo per la sera stessa., insieme a un flacone di aspirine di due marche diverse, della trielina e una bottiglia di buon Jack Daniels.
Presumo voglia uccidersi, presto magari fra poche ore. Nessun comprerebbe una misera cena per un solo pasto e una bottiglia di alcool così costosa da coprire il doppio della restante spesa.
Aggiungiamo poi la trielina e le aspirine. Capisci così tanto delle persone solo dalla loro spesa, questo mi affascina.
Consideriamo poi che questo è l’ultimo di una serie di mini market dove puoi ancora acquistare anche delle sigarette insieme al tuo cibo.

“Desidera altro signore?”

Una bella biondina come cassiera è poi un altro punto a favore per questo posto.
Troppo bella e graziosa per il cesso che si ritrovava attorno, non parlo solo del lavoro e dell’ambiente ma anche del quartiere. E’ di queste parti, un giorno me l’ha confessato tra una spesa e l’altra.
Incapace di lasciare la sua vecchia casa per una madre a cui il crack, dieci anni fa, ha fritto il cervello, deve solo sperare nella morte della vecchia per levare le tende ma sotto quel sorriso di circostanza nasconde ormai l’illusione di aver trovato l’apice della sua vita.
Non lascerà mai questo posto. Il cemento delle strade ormai copre i suoi piedi al punto di non farla più scappare via e lei vuole tutto questo.
A volte mi guarda con quello sguardo tipico di una donna a cui manca del sesso, ma in modo disperato e il fatto che fissi me mi sconforta: devo essere l’uomo migliore che le capita durante una giornata. Probabilmente un oretta la passerei volentieri con lei ma poi la priverei di quel solo desiderio che magari la tiene in vita, scoprendomi una delusione di uomo non le rimarrebbe nient’altro

“Due pacchetti di Camel…senza filtro. Anzi no, dammene due di Marlboro.”

Cazzo!
Dobbiamo festeggiare le cinquantacinque sterline che ho nel portafoglio, no? Fumare per quattro giorni delle orride Camel senza filtro mi aveva fatto scordare della bellezza di una sana Marlboro rossa. Ecco come metà del mio budget finisce: un paio di pacchetti di sigarette, qualche cibo in scatola, del pane, due bistecche di mucca in una comoda busta di carta marrone.
Forse è tempo di essere un po’ più sinceri con voi e con me stesso: questo schifo di mini-market mi è comodo perché proprio al suo fianco trovo il mio rifornitore di stranezze ufficiali.
La classica fava per due piccioni: sbrigo tutte le mie compere in una vota sola, alleggerisco il mio peso dalla tasca senza girare troppo in lungo e in largo.
Alla vista di una persona normale il mio negozio di fiducia sembrerebbe quel tipo di chincaglierie inutili e fuori luogo con una brutta fama, ed lo è.
Nessuna copertura o fesserie del genere, metà della roba esposta non ha un minimo di significato per lo sguardo occasionale del passante, complice anche l’assenza di una vera e propria insegna colorata e luccicante.
Solo noi dell’ambiente sappiamo dove cercare e posti come questi sono i nostri personali rifornitori di stranezze, come mi piace chiamarli a me.
Bisogna scendere una decina di gradini di pietra per raggiungere la porta di ingresso, l’intero negozio si sviluppa sotto un basamento di un edificio.
Nessuna luce al suo interno, solo qualche lampada ad olio che funziona ininterrottamente e decine e decine di centinai di oggetti senza senso, disposti su più ripiani di legno alle pareti oppure in vetrinette senza protezioni lungo il corridoio centrale dell’angusto negozietto.
La miriade di oggetti esposti rende difficile l’individuazione del banco per chi non c’è mai stato, ma posso assicurarvi che esiste insieme a, persino, un registratore di cassa.
Non è difficile per me, mi perdo giusto giusto per qualche secondo ad ammirare una spada gotica incastonata in una roccia vulcanica. L’ultima volta che sono venuto qua non c’era, oppure non l’ho mai notata prima d’ora.
Appoggio la mia busta di carta sul lungo bancone di vetro, non serve nemmeno suonare il campanello d’argento li vicino per far uscire dal retro bottega il mio rifornitore.
Difficile dire quale sia il suo nome o la sua età, assomiglia così tanto al padre che ci sono dubbi anche sulla data di passaggio di consegna di attività. Vecchio, ecco come tutti lo chiamano e presumo che a lui non dispiaccia visto che non ha mai detto nulla a proposito.
Potrà anche sembrar strano ma lo trovo più sano di molte altre persone. Non bado nemmeno a quel suo strano abbigliamento vistoso e pieno di colori, la lunga tunica rossa addobbata di chincaglierie d’orate e un papalina intrecciata con i suoi lunghi capelli bianchi da un giunto che arriva sino al collo, anche esso d’oro.
Immagino e penso a un sacco di protezioni contro creature che probabilmente possono godere per una sua possibile morte.

“Vecchio…”
“I miei occhi non sono più quelli di una volta ma fortunatamente le orecchie funzionano, avevo riconosciuto quei passi pesanti e stanchi. E’ parecchio che non vedo la tua faccia da queste parti.”
“Non sono il tipo da cortesie Vecchio, lo sai bene. Quando mi serve qualcosa vengo e basta.”
“Oh certo ragazzo. Molti pensano di strapparmi con un semplice saluto un qualche sconto o favore.”
“Ma ti piace essere adulato Vecchio.”
“Certamente. Cosa rimane a un povero vecchio come me se non il ricordo nella mente di voi giovani di un pioniere in questo mestiere?”
“Ti ricorderò nelle mie preghiere Vecchio, promesso.”
“Bugiardo. Da quando ti conosco, ed eri un ragazzo che con la testa nemmeno arrivavi al bordo di questo bancone, non hai mai speso una preghiera per me o per chiunque altro. Persino per quel tuo povero fratello.”
“Onestamente? Non saprei proprio a chi indirizzare le mie preghiere. Tanto meglio non spendere inutilmente altro tempo. Ti dispiace se mi accendo una sigaretta?”
“Speranza, sempre e solo speranza. Fiducia e sesto senso, magari si nascondo anche cose piacevoli che ai vostri occhi sfuggono.”
“Posso accendermi questa sigaretta allora Vecchio?”
“Certo, certo. Magari mi dirai anche cosa ti porta qua.”
“Un rituale di distruzione. Dei cazzo di demoni del richiamo. Proprio ieri sera ne ho visti così tanti raggruppati che non ho potuto far nulla.”
“Uh-Uh.”
“Quale parte del discorso non ti è chiara Vecchio? Rituale di distruzione o una miriade di demoni del richiamo riuniti come una confraternita del cazzo?”
“Nessuna delle due.”
“Nessuna delle due?”

Sono sorpreso lo ammetto.
Era un bel po’ che non mi capitava un’espressione del genere sul mio volto e non cambia di una sola virgola quando il Vecchio scompare nel retro bottega e torna con uno scatolino di legno abbastanza grezzo di fattura chiuso da un sigillo di cera che appoggia davanti a me.
Sono stato un idiota totale, il Vecchio è stato uno dei primi esorcisti al mondo a cacciare le creature senza alcun dono della vista. Prima del nostro avvento insomma.
Fa parte di una generazione che quelli come noi ammirano, dotati di risorse proprie fuori dal comune e di un sesto senso sviluppato con la sola esperienza.
Probabilmente quello che pensavo di aver scoperto io era gia nell’aria da così tanto tempo. Un’altra figura di merda di fronte a lui. Non riesco mai a mostrargli come sia progredito il mio livello grazie anche ai suoi insegnamenti e le dure lezioni impartite.

“Questo è il rituale di distruzione. Conoscendoti vorrai sicuramente il modello più economico, sbaglio?”
“N-no, Vecchio. Da quanto va avanti questa storia?”
“Te da quanto pensi ragazzo?”
“Io? Cazzo! Ora come ora? Onestamente…non ho la più pallida idea, una settimana magari? Due? Non credo proprio di più, insomma si sarebbe visto o almeno notato.”

Un sorriso sul suo volto. Mi indica tre, con tre dita della mano.
Cazzo!

“Tre mesi Vecchio? Non è possibile, insomma me ne sarei accorto a meno che…”
“A meno che tu te ne sia accorto solo nel momento in cui poteva essere evidente. Ma non devi abbatterti ragazzo, molti altri nemmeno vedono questo movimento agitato del mondo.”
“Tre mesi…”
“Tre da quando l’ho percepito io. E’ impossibile quantificare con esattezza il momento zero a questo punto.”
“Momento zero?! Non è mica una fottuta analisi matematica questa. Vecchio, mi stai dicendo che il cazzo di mondo demoniaco è agitato da più di tre mesi e nessuno se ne accorge. E’ seriamente preoccupante.”
“Non ho una buona vista lo sai, l’ho persa con il tempo, con la vecchiaia, con le battaglie ma per fortuna ho ancora buonissime orecchie per sentire. Ragiona: magari la gente se ne accorge ma preferisce tacere, ma persino tacere produce un suono…e io quel suono lo posso sentire.”
“E che suona sarebbe, Vecchio?”
“Indifferenza, paura, ottusità. Non voler osservare, chiudere gli occhi e scordarsi di tutto piuttosto che affrontarlo. Sento anche una strana complicità in tutto questo, complicità tra le forze in gioco.”
“Complicità, eh?”
“Ho sbagliato gia molte volte in passato lo sai bene ragazzo. La vecchiaia può giocare brutti scherzi e i segnali sono così confusi. Le varie caste demoniache potrebbero anche tornare ad interagire come secoli fa oppure continuare la loro corsa solitaria.”
“Sarebbe un bel problema Vecchio, quello che mi dici potrebbe turbare i miei sogni.”
“Non hai mai dormito tanto durante la tua esistenza ragazzo, ti permette però di riflettere meglio. Se il mondo demoniaco è in tumulto una causa c’è.”
“Ammesso che tu abbia ragione.”
“Ammesso che io abbia ragione, ovviamente ragazzo.”

Le sue intuizioni più delle volte hanno sempre avuto conferma.
Certo, ho preso anche delle cantonate universali che mi hanno valso a volte il premio di zimbello esorcista del mese ma servi che giocano a fare i padroni, elfi solitari che si riuniscono sono segnali di un qualcosa che all’ordine di tutto non funziona.
Possibile che davvero le diverse caste demoniache, dopo secoli, stiano tornando ad operare come un Corpo solo? Il grande scisma aveva messo fine ad ogni possibilità di coesione e complicità ma come tutte le faide secolari anche questa poteva giungere a termine. La possibilità, seppur remota, esisteva. La cosa mi faceva rabbrividire al solo pensiero ma non fu la sola cosa a rizzarmi i peli del braccio: era gia un minuto bello buono che fissavo un globo luminoso su una mensola davanti al Vecchio.
Che mi venga un colpo!

“Un globo di Terrasque?”
“Lo hai notato finalmente, l’articolo più recente che ho ricevuto questa settimana. L’avevo richiesto da sei anni.”
“Ed erano sei anni che non ne vedevo uno Vecchio.”
“Lo so bene.”
“E’ di un valore inestimabili. Così unici e così rari sia di bellezza che di potere. Un globo di Terrasque.”

Il Vecchio non rinuncia al suo sorriso, si volta e afferra il globo, nelle sue mani viene sprigionato un luccichio fastidioso ma altrettanto piacevole. Lo avvolge in un rotolo di carta spessa e lo impacchetta con cura con del vecchio spago. Una confezione artigianale, semplice ma pregna di professionalità e impegno.
Un attimo, la sta porgendo al sottoscritto. Mi sta dando un globo di Terrasque.

“Che significa? Non ho tutti quei soldi per pagarti e dubito tu faccia un tale credito, anche se sono io Vecchio!”
“Nessun prestito, nessun credito: questo globo è tuo. Chiamalo regalo, dono, servizio. Un globo di Terrasque non dovrebbe essere solamente un oggetto prezioso che viene acquistato, ma soprattutto anche un mezzo per affrontare un problema. Te hai un problema, avverto qualcosa e questo globo può servire a risolvere questo tuo problema. Può aiutarti.”

Cazzo se può farlo!
E’ la prima cosa a cui ho pensato: uno stronzo che si è fatto beffa di me proprio un paio di giorni fa, che mi ha deriso a cui ho promesso di regolare i conti. Cosa avevo detto? La vendetta è un piatto che va servito freddo? Oh fottuto servo delle Bocche di Fuoco, credimi ma con quel globo potrei cancellare dal tuo volto che cazzo di sorriso che ti porti.
E lo farei con un tale piacere intrinseco di follia e disprezzo, chissà poi che magari non riesca a strapparti anche qualche informazione in più su questo tumulto infernale.

96 giorni

•marzo 6, 2008 • 5 commenti

E’ difficile stare dietro a un ragazzo che ha dieci anni in meno dei tuoi, che è abituato a correre ogni dannato giorno della sua vita e che non fuma una quindicina di sigarette al giorno.
Il catrame nei miei polmoni ribolle ad ogni respiro che faccio di corsa, l’aria pulita, fresca e genuina brucia nella mia gola come napalm e mi arredo a scavalcare una rete metallica oltre il mio percorso.
Troppo simile a quei telefilm polizieschi che agli americani piace tanto.
Lascio a loro le incredibili azioni da attori belli e dannati, preferisco tagliare lungo il vicolo e fregare la mia preda con la mente piuttosto che con il corpo.
Può battermi a livello fisico, sono un mezzo tossico ubriacone pronto a morire dopotutto e lui è nel fiore dei suoi anni, ma io vivo in questa città da sempre, bazzico questi posti in ogni momento della giornata e ogni vicolo rappresenta una via che ho fatto decine e decine di volte.
Non mi è difficile trovarmi di fronte a lui proprio quando crede di avermi seminato, come un treno che corre contro di me, basta solo alzare il gomito quel tanto che basta per colpirlo al collo e farlo frenare.
Cade a terra, si contorce in preda a un dolore che non cesserà per parecchi minuti. Mi appoggio al muro di mattoni del vicolo e accendo una sigaretta, compiaciuto del mio intervento e orgoglioso della vittoria.

“Stronzo! la prossima volta quando ti chiamo ti conviene fermarti e non corre come un fottuto Forrest Gump qualsiasi. Cazzo! Non ho più l’età per giocare così.”

Nel momento in cui capisce che è in trappola si arrende, come tutti gli animali che comprendono chi sia il capo branco, il capitano, colui da rispettare e che detta legge.
Mentre lo trascino per il bavero della giacca verso la vicina tavola calda aperta 24 ore su 24 (Dio abbia in gloria certi posti!) non posso che riflettere sulla mia preda: un ragazzo borghesuccio dell’alta città che ha visto più del dovuto.
Lui ha visto, ha il dono della vista.
Mi ricordo la prima volta che mi accorsi che c’era altro nel mondo che ci circondava, qualcosa che gli altri non vedevano, che non tutti potevano ammirare. Gli incubi più brutti sono iniziati quando ho aperto gli occhi su questo “nuovo mondo”.
Il ragazzetto ha visto dei demoni del richiamo, piccole creature che si teleportano qua e là. Sono infide e a centinaia, senza un vero padrone, del tutto quasi innocue se sai come trattarle.
I demoni del richiamo sono scarti della società demoniaca, possiamo quasi paragonarli ai nostri animali randagi, si dedicano principalmente al taccheggio e raramente all’omicidio.
Ma il mondo pare impazzito in questi ultimi giorni: servi delle Lingue e delle Bocche di Fuoco che giocano a fare i padroni cibandosi degli umani disperdendo per sempre le loro anime, tradendo uno dei loro dogmi più antichi: mai e poi mai un servo mangerà un umano.
E ora questi elfetti bastardi, i demoni del richiamo che si organizzano a gruppi per assaltare i barboni e divorarne la carne.
Tutto questo non ha un senso, non dovrebbero riunirsi non sono mai stati così intelligenti da capire che potevano costruire una forza in comunità organizzata. Finchè sono due o tre posso anche cavarmela con egregio successo, dopotutto serve solo un gran fracasso: i loro timpani non reggono le alte frequenze, scoppiano e i loro cervelli vanno in fumo.
Erano una quarantina, cazzo!
Come puoi far così tanto rumore per quaranta bastardelli così piccoli che coprono ogni tuo genere di tentativo di rumore? Un rituale di distruzione ecco cosa serviva, un kit pronto ad uso che non mi porto mai dietro. Errore mio, ben mi sta. Morire presto non significa fare il matto, il suicida e buttarsi a capofitto in ogni disperata situazione.
Le cose si sono complicate con l’arrivo di questo ragazzetto, sbronzo quanto basta per non notarci in un primo momento, e mi sta bene. Ma è scappato via subito, per paura.
Come puoi aver paura di qualcosa che il 95% della popolazione non può vedere?
Semplice, se fai parte di questo “fortunatissimo” 5%.
Ecco come una caccia a dei demoni del richiamo si è trasformata in una corso dietro a questo stupido ragazzo impaurito.
Fanculo quei demoni, lui aveva la priorità.

“Ordina qualcosa, avanti. Avrai fame credimi.”

Eccoci infine alla tavola calda tanto ammirata. Non ha aperto bocca da quando l’ho sbattuto sul divanetto davanti a me, separato dal tavolo. Non vuole parlare, ha ancora paura e mi teme, è terrorizzato e percepisco ogni suo sussulto quando apro la bocca.
Meglio così, parlerò solo io per ora.

“Mangia. La prima volta fa venire fame, certo magari il tuo stomaco è chiuso ora ma non fare troppo lo stronzo e prendi qualcosa. Domani mattina avrai tanta fame.”
“N-no, grazie.”
“Allora l’hai la lingua. Ne sono compiaciuto, pensavo sapessi solo correre. Fa male la gola? Ho colpito troppo forte? Scusami, dovevo metterti a terra quel poco per prendere in mano la situazione. Sei una lepre…giocavi a football per caso?”
“A-Atletica.”
“Non balbettare dai e non aver paura. Facciamo parte dei buoni, anche se sono un po’ bastardo e cinico ma è il lavoro a renderti così.”
“I buoni?”
“Spero che la conversazione non vada ancora avanti con monosillabi da parte tua, non amo troppo parlare e con te sto gia facendo un’eccezione per metterti a tuo agio. Quindi siamo concreti sin dall’inizio: quello che hai visto è vero, niente cazzate. Hai visto dei demoni. Certo tecnicamente non erano un granchè, sono i più brutti, piccoli e inutili ma erano veri.”
“Cristo Santo! Lo sapevo, sono pazzo.”
“Hey siamo migliorati. Non sei pazzo, anche se tutto ciò ti farà impazzire prima o poi. Mettiamo da parte gli scherzi ora e parliamo seriamente: da quanto li vedi?”
“I cosi…quei…”
“Non aver paura di chiamarli con il loro nome: demoni, abituati.”
“D-Due giorni fa era a casa della mia ragazza, avevamo appena…appena…finito di fare sesso, insomma io mi sono alzato per andare in bagno. Sai? Insomma…quando torno dalla finestra mi appare un coso mostruoso scintillante ai piedi con delle ali che attraversa l’intera città e scompare. Mi è capitato altre due o tre volte poi, sempre diversi questi cosi…questi demoni. Sino a poco fa.”
“Hai la vista.”
“C-Cosa?”
“Hai la vista ragazzo, chiamalo potere, dono, miracolo, alterazione genetica…come cazzo vuoi. Noi la chiamiamo vista e non tutti la possiedono, ma nel nostro ambiente è fondamentale.”
“Il vostro ambiente? Cosa siete una setta satanica? Adoratori del diavolo? Chi siete?”
“Mai sentito parlare del Circolo?”
“No, non mi pare.”
“Non mi sorprende, è un’associazione che riunisce quelli come noi, quelli che decidono di usare la vista per fare qualcosa.”
“Qu-questa vista, questa cosa, mi da il potere per vedere cosa? I demoni? Ce razza di potere è?”
“Non è un potere bamboccio, è qualcosa che possiedi. Non esiste un’età in cui si sviluppa, accade e basta. Un giorno con l’altro e i tuoi occhi possono percepire uno spettro energetico diverso da quello solito. E’ come se osservassimo nell’ultravioletto o nel buio. Acquisiamo una particolare frequenza che ci mostra cose che un occhio normale non vedrebbe. Noi vediamo qualcosa di più con i nostri occhi, cose spaventose e terribili.”
“E’…è una merda schifosa.”

Benvenuto nel club bimbo, ritieniti pure fortunato di averlo scoperto ora che sei grande e puoi capire molte cose.
Non eri un bambino come il sottoscritto, quando Babbo Natale era ancora un vecchio simpatico ciccione che ti portava i regali o che l’Uomo Nero era un mostro che abitava sotto il tuo letto. Quando la tua vita è fatta di storie immaginarie ottenere questa vista è come crescere di dieci anni in una notte, le paure del giorno prima sono semplici storie che ti fanno ridere.
Quando conosci il diavolo a otto anni niente più ti fa paura come prima.
Vorrei fumare un’altra sigaretta ma il pacchetto è vuoto, lo accartoccio nella mano e lo butto sul tavolo.

“Perché mi inseguivi? Se fai parte dei buoni non capisco perché mollare quel poveretto e starmi alle costole come un poliziotto qualsiasi.”
“Credi che persone come te nascono tutti i giorni? Siamo sempre meno, il nostro numero diminuisce e non c’è di certo un ricambio generazionale tra le nostre file. Concedimi poi il fatto che eri parecchio terrorizzato, ho dedotto fossi vergine dell’ambiente.”
“Non siete tanti? Ma che fate voi…voi di questo Circolo? Cosa siete esattamente”
“Esorcisti. Cacciamo e uccidiamo quelli che si comportano male, con quelli più potenti di noi scendiamo a patti in un’armonica coesistenza.”
“Esorcisti.”
“Non ti azzardare a ridere, questa è la nostra vita è quello che facciamo.”
“E io che dovrei fare scusa? Perché ti sei preso tanta premura di raccontarmi tutto questo? Siete pochi quindi in cerca di carne fresca da istruire?”
“No.”
“Non hai intenzione di trascinarmi nel tua piccola congrega? Tutta questa fatica per lasciarmi andare? I-Io non capisco…perché inseguirmi allora?”
“E’ essenziale che tu conosca tutto questo. Chi ha il dono della vista ha solo tre alternative: unirsi al Circolo e farsi gli affari propri. L’importante è che tu comprenda di non essere un pazzo, uno che va curato: ciò che sta attorno a noi è il mondo in cui viviamo, quello vero. Puoi continuare la tua vita di tutti i giorni con la consapevolezza di vedere oltre, con occhi diversi. Credimi quando te lo dico: per nulla al mondo trascinerei uno nel Circolo senza che lo voglia, ho gia fatto un errore del genere. E’ qualcosa che ti distrugge l’anima e la mente se non la controlli, devi volerlo ed esserne sicuro.”
“Avevi detto che le alternative erano tre…ne hai citate solo due.”
“Vendersi al nemico, uccidiamo anche i nostri simili per questo. Gente amica o di più, presta attenzione a ciò che fai.”
“Quindi? So-Sono libero? Insomma ho ventitre anni, frequento l’università e ho una ragazza. Non posso imbarcarmi in questa cosa. Non voglio!”
“Sono tenuto a informare il Circolo della tua esistenza ma non lo farò, non voglio rovinare la vita di nessuno, ora va ragazzo.”

Non ringrazia, si alza in fretta e si dirige alla porta proprio nel momento in cui la cameriera mi porta del caffè caldo, bollente e toccando le pareti della tazza. Riscaldano il palmo della mia mano, è una bella sensazione di calore. Il ragazzo si volta un’altra volta in mia direzione, tentenna per qualche secondo prima di aprire la porta e infine si blocca.

“Mi chiamo Paul e ti ringrazio.”
“Bel nome.”

Esce e scappa. Bevo, annego i miei pensieri nella caffeina affinché possa tenermi sveglio questa notte per non perdere altre preziosissime ore. Il tempo che mi rimane è così poco, non voglio perderlo dormendo qualche ora.
Avrò l’eternità per quello.

97 Giorni

•febbraio 24, 2008 • 3 commenti

“Che cazzo hai da guardare?”

Sarà il decimo che mi ritrovo davanti nelle stesse condizioni, qui in questo perverso palazzo della dannazione umana che contiene ragazzini appena maggiorenni pronti a conoscere il mondo ma gia prigionieri di una scimmia sulle loro spalle che tira una sottile catena di metallo al loro collo, tanto stretta che questi ragazzi riesco appena a respirare e ragionare il necessario per assemblare una frase di senso compiuto che assomiglia molto a un grezzo insulto.
No, questi non sono drogati.
Alle loro braccia sono legati dei lacci emostatici che rallentano il loro flusso sanguineo, siringhe attaccate alle loro vene, piccoli ma consistenti fiumi di sangue dalle loro vene bucate: no, nessun drogato qua solamente tanti piccoli schiavi.
L’edifico da fuori sembrerebbe il più rispettabile del quartiere, non si avvicina nemmeno di un pollice a quei sgangherati, deprimenti e tristi edifici dei sobborghi dove vengono allevati drogati come dei funghi.
In modo assoluto questo edificio nel suo esteriore è di una bellezza quasi disarmante, appena varchi la soglia di ingresso ti accorgi invece di trovarti in un inferno buio e opprimente che sei costretto a salire anzichè scendere.
Al suo interno la grossa scala è illuminata in ogni gradino da una piccola luce arancione sui lati, mi ricorda il cinema, da piccolo andavo sempre al cinema purtroppo con il tempo mi sono accorto che l’orrore che mi divertiva su un grandissimo schermo era insignificante rispetto a quello che potevo vedere con i miei ogni nella vita di tutti i giorni ho smesso di frequentarlo, l’ho trovato un fastidioso rimedio per evadere la realtà dei fatti.
E’ questa flebile luce arancione che mi permette di osservare questi ragazzi stesi su ogni gradino o sui pianerottoli tra ogni rampa, ci sono anche molte porte chiuse al loro interno di legno spesso, duro, di prima qualità: vogliono che i ragazzi al loro interno non scappino, li rinchiudono al loro con chissà cosa.
Preferisco non pensarci troppo, rabbrividisco al solo pensiero. Questo non è affare mio, sono venuto per altro anche se questi ragazzi sono qua contro la loro volontà certi demoni vanno combattuti perché lo si voglia, per la vita e sarebbe dannoso e deleterio strapparli dalla loro prigionia con la forza.
Mi ripeto continuamente però che sono schiavi, non drogati…e questo non mi aiuta, lascerei bruciare per l’eterno i secondi ma dovrei sentirmi in dovere coi primi.
Volto le spalle ad ognuno di loro, per smettere di osservarli e scordarmi che esistono, ogni rampa si fa più dura di quella precedente.
Potrei anche aver passato più di una settimana da quando sono entrato, ogni parete nera sembra comporre un lungo tunnel dove il tempo sembra non avere importanza. Il mondo potrebbe anche finire la fuori in questo momento ma nessuno all’interno di questo edificio se ne accorgerebbe.
Fortunatamente la mia lenta e faticosa risalita pare essere finita, l’ultima rampa di scale è illuminata da luci che portano ad un enorme atrio, ho bisogno di riparare gli occhi dalla luce artificiale che quasi mi acceca.
Odio doverlo fare, mi fa sentire così normale e impreparato agli occhi di chi mi osserva, sono conscio del fatto che alla fine dell’atrio c’è una porta massiccia grossa sorvegliata da due uomini vestiti di bianco con una cravatta rosso cremisi che spezza l’asettico dei loro vestiti.
Mi aspettavo questa gente, insomma me lo immaginavo ma ora quei vestiti su quelle guardie me lo confermano: servi delle Bocche di Fuoco.
Concedo a loro e a me stesso un minuto di pausa, il tempo che i miei occhi si abituano alla ritrovata luce dell’atrio, cerco un pacchetto di sigarette nel mio impermeabile, le solite Camel di due giorni fa, quasi finite mentre l’accendino nella fidata tasca destra.
Il mio inseparabile zip di alluminio, l’unico vero regalo in vita mia capace di farmi commuovere.
Osservo attentamente lo sfarzoso atrio mentre mi accendo la sigaretta.
Concedo alle Bocche di Fuoco un innaturale gusto nell’arredamento: moquette rossa ben curata, pareti bianche attraversate da una striscia rossa a metà di un colore ancora cangiante e vispo, mobilio di alta fattura l’attenzione è soprattutto nella vetrinetta a vista di cristallo che contiene reperti che farebbero gola a un museo ma il tocco di narcisismo sta nella grossa fontana al centro dell’atrio in marmo bianco con una figura umana alata trafitta da una spada alle sue spalle, e il sangue che ne esce, rosso e lucente, che attraversa l’enorme figura sino a cadere sulle dita dei piedi.
Bianco e rosso, una fissazione irritante per queste Bocche di Fuoco.
Stranamente le due guardie si fanno da parte mentre mi avvicino a loro, patetici umani mercenari che sono stati soggiogati o raggirati. Servire creature come queste dietro un cospicuo salario monetario mi disgusta, la capacità dell’uomo di vendersi al miglior offerente è arrivato anche su questo piano.
L’enorme porta si apre davanti a me e noto subito un’indescrivibile oscurità provenire dall’ufficio in cui sto entrando, la differenza di illuminazione è un toccasana per i me occhi l’atrio era fin troppo illuminato per i miei gusti, molto meglio quest’atmosfera. Credo proprio che ne avrò bisogno.
Inutile sottolineare lo sfarzosità che compone anche questa stanza, persino l’accostamento di colori diviene sin troppo ripetitivo.
Colui che cerco si trova dietro la scrivania, pelle bluastra che luccica al bagliore del cerchio luminoso che circoscrive la sua zona di permanenza nel nostro mondo, accompagnato oltretutto da un costosissimo abito firmato bianco, come i suoi lunghi capelli ben curati.
Chissà come reagisce quando mi vede spegnere la sigaretta sul suo tappeto, è impercettibile la smorfia che accompagna il suo volto ma sono fortunato a percepirla, questa potrebbe anche essere l’unica vittoria della giornata.

“Lasciarmi passare mi fa pensare che dopotutto mi stavi aspettando. Questo mi fa un po’ riflettere: c’è un motivo preciso per cui una creatura come te istruisca a dovere della guardie umane a farsi da parte al mio arrivo? Credo ti costino molto, giudico che un paio di colpi sarebbe stati sufficienti a farmi fuori eppure entro qua dentro, nel tuo costosissimo ufficio, solo e per giunta ancora vivo. Cosa non funziona in tutta questa faccenda? Aspetta, forse credo di averlo capito: anche te come quel servo delle Lingue di Fuoco cerchi la morte?”
“Non osarmi paragonare a quei infimi servitori: noi delle Bocche di Fuoco valiamo molto di più, abbiamo il dono della parola, della comunicazione, dell’intelligenza della discussione e siamo unici per quanto riguarda il gusto della vita. Lingue di Fuoco? Zotici, manovalanza di bassa lega.”
“Gia, come vuoi te. Bocche di Fuoco…Lingue di Fuoco, dove sta la differenza? Sempre un servo sei, parlerai bene la mia lingua magari, vestirai abiti di pregevole fattura ma alla fine sei libero? Lavori pur sempre per qualcuno, sei soggetto a giudizio come tutti i servi.”
“Parlo colui che è membro del Circolo. Che differenza c’è tra un servo come me e uno come te?”
“Io conosco e rispetto le mie regole creatura, te a quanto pare te lei scordate e forse sai meglio di me quanto ora rischi. Hai fatto una grossa stronzata, e ancora non te ne rendi conto.”
“Creatura? Possiedo un nome, appartengo alle Bocche di Fuoco e…”
“Finiscila. Non mi importa di quale suono ti accompagni, a un servo non è permesso avere un nome e nemmeno un abbigliamento del genere. Cosa ti spinge a fare tutto questo?”
“Cosa mi spinge? Se per caso una persona stupida? Eppure circolava il tuo nome e le storie parlano di uomo temuto, non uno sprovveduto che s presenta senza nemmeno un invito sentenziando chissà quale sua giustizia.”

Sorride, denti bianchi e limpidi nella sua bocca, l’aspetto curato nei minimi particolari mi infastidisce ma quello che più mi sorprende nel suo ghigno è l’assenza di paura: crede ed è convinto dei suoi mezzi, non mi teme.
Le Bocche di Fuoco sono sempre stati abbastanza furbi e discretamente intelligente, persino i loro servi.
Ciò che solleva con la sua mano è un coperchio bombato di acciaio che copriva un vassoi sulla scrivania che prima non avevo notato e con sommo stupore quello che c’è al suo interno è un piatto ancora caldo e fumante, un contorno di carotine e patate accompagnato da fettine di carne sottile.
Fettine di carne umana.

“Il cibo, esorcista. Il cibo che ci è stato vietato per secoli dai nostri padroni. Siamo esseri impuri per loro? Solo perché le anime dei nostri pasti si perdono nell’oblio dell’eternità? Chi decide che un essere è puro perché riesce a metabolizzare un anima umana?”
“Lascio a voi le vostre questioni depravate, è il cibo a spingerti a commettere tutto ciò? Strano, giuro che anche quel servo delle Lingue di Fuoco che ho eliminato volesse la stessa cosa. Ancora mi sfugge ciò che dovrebbe differenziarvi. Chi è lo stupido ora?”
“La classe, l’accompagnamento, il servizio. Come puoi vedere la qualità di tutto ciò che mi circonda dovrebbe essere la chiara differenza.”
“No, mi spiace nessuna differenza ancora solo una similitudine: entrambi morti, te molto presto almeno.”
“Mi fai davvero sorridere, lo ammetto. Ammetto anche che ti aspettavo: dopotutto era questione di tempo prima che il tuo petulante fratello si facesse vivo. Avanti non mentirmi: ciò che ti spinge alla mia dimora non è la sorte del mio allevamento ma quella di tuo fratello. Meschino esorcista, meschino uomo.”
“Demian ti teme, ma questo non significa che anche io dovrei pisciarmi addosso e piangere. Sei uno stronzo infernale e dovrei tirare l’acqua affinché possa pulire questo cesso di città.”
“Interessante metafora, continua pure.”
“Qualunque sia il motivo scordati di Demian: lui non ti serve più, lui è estraneo a tutta questa faccenda, lui non è una tua questione.”
“Sai la cosa buffa esorcista? Io nemmeno l’ho cercato tuo fratello, è stato lui a farsi vivo come tossico che è. Un altro schiavo che si è prostituito ai miei piedi, si è offerto di cercare qualche ragazzo per avere della droga.”
“Non dire cazzate!”
“E’ un tossico, concorderai con me no? Credo possa avere debiti con tutti gli spacciatori di questa città, nessuno più potrebbe fare credito a qualcuno di così poco affidabile. Come negarsi l’ultima spiaggia? L’ultima occasione per spararsi qualcosa in vena? E’ tutta una questione di domanda e offerta: lui chiede e io do, sotto compenso ovviamente. Ti ho ammutolito? Fa male credere che il proprio fratello possa in qualche modo vendere dei giovani ragazzi per qualche dose?”

Non meriterà una mia risposta, non meriterà nulla.
La collera ribollisce nelle mie vene e spinge sino al cuore dove fa più male, per un momento solo credo di volerlo riempire di botte come se fosse un normale essere umano ma torno con i piedi per terra, per quanto non sia una creatura altamente mortale per noi del mestiere è meglio evitare e smettere di farsi guidare da emozioni dettate dall’orgoglio della famiglia.
Una sigaretta mi calmerà, e in qualche modo il fumo passivo infastidisce il nostro amico qua presente, dopodiché mi volto e abbandono il suo ufficio.
Colpisco direttamente il suo narcisismo nel profondo, lo ignoro e abbandono il complesso lasciandomi alle spalle quei poveri ragazzi schiavi e allevati come se fossero carne da macello.
Questo fa di me una persona orribile? Probabile, ma non finisce qua credo di avere questioni più importanti questa sera e questo si che mi rende una persona orribile.
Quando faccio ritorno a casa e apro la porta Demian sussulta, è spaventato e terrorizzato e si nasconde dietro la mia poltrona come un pusillanime qualsiasi, nel momento in cui però mi riconosce un sorriso nervoso si dipinge sul suo volto scavato dal vizio della droga.
Come puoi esserti ridotto così fratello?

“Vendevi ragazzi a un servo delle Bocche di Fuoco per droga?”
“Cosa cazzo sta dicendo? Cosa…significa?”
“Lo ripeterò solo tre volte e questa è gia la seconda: vendevi ragazzi a un servo delle Bocche di Fuoco per droga?”
“No…cazzo, ovviamente no. Cosa ti prende? Credi davvero che sia così tanto spaventato? Credi davvero che possa fare una cosa così dannatamente schifosa? Dio!”
“Tre: vendevi ragazzi a un servo delle Bocche di Fuoco per droga?”
“No!”

L’ultima risposta è piena di arroganza, disgusto che provoca in me un odio viscerale che non ha una descrizione che possa poter cogliere l’idea del conato che manda in tumulto il mio stomaco.
Un pugno da parte mia lo colpisce in pieno volto, nello stesso punto del naso dove solo ieri l’avevo colpito, l’ematoma è ancora visibile e presente proprio per questo il dolore acutizzato sarà peggiore.
Purtroppo riconosco le bugie di un drogato.

“Vendere ragazzi a un servo delle Bocche di Fuoco per droga. Vendere ragazzi a un servo delle Bocche di Fuoco per droga. Cosa cazzo ti è passato per la testa schifoso maniaco? Vendere ragazzi a un servo delle Bocche di Fuoco per droga. Ne hai fatte di cose disgustose in vita tua e quasi tutta la tua merda l’ho coperta con una tale eleganza e te che fai?”
“Ti prego…ti prego…”

Seguono altri pugni in pieno volto e un calcio che incrinano un paio di sue costole.
La cosa mi ferisce più del scoprire la verità, ma è tutto così inevitabile. Le urla, i suoi piagnistei, i singhiozzi questa volta non hanno importanza.

“Ti prego…ho sbagliato…ti prego..ti prego. Non avevo soldi, nessuno poteva farmi credito, nessuno si sognava di potermi prestare qualche soldo…io ne avevo bisogno, io ne ho bisogno. Erano ragazzi che…che…Oddio…io non volevo, non volevo…ma ne avevo bisogno. Ti prego, perdonami. Ti prego…”

Lo getto fuori dalla porta di casa mia, chi si chiude davanti alla sua faccia con un sordo rumore e nemmeno le lacrime e le sue patetiche scuse questa volta la riapriranno.
Ho tenuto la sua mano per anni, lo accompagnato in questo mondo mostrandoli i vizi ma anche i nostri doveri. Ciò che è giusto ciò che è sbagliato. Quello che dobbiamo fare e quello che dobbiamo impedire.
Le sue urla non serviranno e tanto meno le mie carezze, tornerà a bussare alla mia porta un giorno so che lo farà ma la prossima volta io non ci sarò.
Troverà una stanza vuota e un fratello morto. Chi ripulirà le sue stronzate in quel momento? Affogherà nel suo vomito, dopo un overdose e tutti si scorderanno della sua esistenza.
Ogni fratello desidera il meglio per uno suo famigliare, quindi vedi di crescere Demian e renderti conto di quanto questo ti sta distruggendo, di come mina il tuo organismo ma soprattutto il tuo cervello.
Cresci ora, in questo momento. Fammi solo questo favore, comprendi che tutto ciò che sto facendo ora lo faccio per insegnarti che c’è un motivo in quello che subiamo ogni giorno: soffrire, vivere, crescere, imparare, sopravvivere.
Salvati Demian, per me è troppo tardi ormai. Presto sarò morto.

98 Giorni

•febbraio 14, 2008 • 4 commenti

Non amo definirmi una persona che adora oziare a letto per ore senza fare nulla, ma come tutte le persone umane di questo mondo sovrappopolato anch’io ho i miei tempi.
Vivo a stretto contatto con la notte, frequento ciò che viene partorito quando il sole se ne va a dormire per qualche ora, passo più tempo nell’oscurità fredda che alla luce rassicurate di un raggio di sole.
Sono fatto così, forse una causa persa come in molti direbbero ma posso replicare senza problemi con assoluta convinzione: è il mo stile di vita, mio soltanto e non accetto repliche sulla questione.
E’ il mio stile di vita.
E come ogni stile ho i miei tempi.
Per questo qualcuno dica qualcosa a quella cazzo di donna che continua a picchiare sulla mia porta da più di dieci minuti.

“Miss Sunday”

Non bado molto ai pochi indumenti che porto, nemmeno io mi ricordo se porto delle mutante, poco importa perché quell’adorabile fottuta Miss Sunday è quasi paralizzata alla visione del mio corpo nudo quando apre la porta della topaia che dovrebbe prendere il nome di “umile appartamento” presso qualche facoltoso amante della vita alla luce del sole.
Per me che amo la notte rimane una schifosissima e lurida topaia: stili d vita, stili di pensiero diversi ecco a cosa porta, buffo che mi sia venuto in mente solo ora.
Ma torniamo all’adorabile e fottuta Miss Sunday. Vicina di casa esemplare: sua mamma viveva qua dopo il divorzio dal marito (che non era di certo il padre di Miss Sunday ma un bastardo come tanti a questo mondo) e questo significa che da piccola Miss Sunday deve aver vissuto come minimo 18 anni della sua vita, prima di essere maggiorenne e poter abbandonare in fretta questo lurido condominio del ‘700.
Invece no, ottusa e bigotta Miss Sunday ha pensato bene di accrescere le radici in questa sua casa per altri 40 anni della sua vita, le cose potevano anche andarle bene nessuno avrebbe disturbato la sua patetica vita di costante ricerca degli stessi errori compiuti dalla madre.
Non ha fatto i conti con il sottoscritto, purtroppo per lei ovvio. Stili di vita che non combaciano e volontà di non riconoscere la certezza assoluta della sua vita: un fallimento.
Ecco come la frustrazione si trasforma in rabbia nei miei confronti, una caccia asfissiante a ogni pretesto per farmi cacciare, come se servisse a qualcosa nemmeno il padrone di casa si avvicina più a questo complesso per riscuotere i soldi dell’affitto.
Credo di non pagarlo più da oltre due anni.

“Cosa avevamo detto a proposito dei suoi amici?”
“I miei amici Miss Sunday?”

Non me ne accorgo in un primo momento ma quando poso gli occhi a terra noto una figura umana, maschile accasciata allo zerbino sull’uscio della porta di Miss Sunday.
Una figura maschile che ovviamente conosco, cioè che mi preoccupa è ovviamente il suo stato: sporco, sudicio e strafatto, con un retrogusto di zolfo. Solo due giorni fa era pulito e sobrio, questo lavoro non uccide solo il corpo ma la nostra mente ne esce devastata.

“Deve aver sbagliato porta Miss Sunday, concorderà con me che ogni piano è la stessa merda qua vero? Confondersi non è così difficile.”
“Protesterò, chiamerò qualcuno e denuncerò tutti…nuovamente. Voi avete contribuito a degradare questa zona: spacciatori, donne di facili costumi, esseri…esseri abnormi. Ho paura a vivere qua mi creda, paura.”
“Allora alzi i tacchi e se ne vada Miss Sunday. Nessuno qua viene a disturbarla quando lei e il suo amichetto senegalese vi divertite ogni lunedì sera.”

Alza i tacchi e se ne va, senza risposta.
Stupida vacca bigotta, ogni volta è la stessa cosa , lo stesso identico rito qualunque sia il problema, qualunque sia il mio stato, qualunque sia la situazione basta parlarle del suo amico senegalese.
Eppure nessun dovrebbe vergognarsi di un buona mezzora di sesso ogni lunedì sera, nemmeno una signora di sessant’anni.
E’ ridicolo nascondersi dietro la paura di una propria perversione, dopotutto sono le uniche cose che possano alimentare il nostro corpo a volte, nel bene o nel male.
Quando ci troviamo spogli dei nostri istinti, delle inibizioni che regolano il nostro corpo alla fine la perversione a muovere ogni singolo muscolo del nostro essere.
Sono parte del nostro io, ignorarle è la cosa più grave che c’è, è così che il mondo ha partorito i più grandi serial killer del mondo, la violenza carnale, la pedofilia e tutte quelle piaghe che ci accompagnano in questo grande cancro sociale che ci consuma.
Quante vite innocenti di giovani ragazze, bambini innocenti e persone avremo salvato se solo le nostre perversioni non fossero state respinte nel profondo sino a farle diventare cibo per le nostre anime corrotte?
No, mi spiace ma non credo che le nostre perversione vadano represse, non dobbiamo averne paura e temerle occorre curarle con l’accettazione.
Che razza di discorsi, di prima mattina quando dovrei essere a letto con questo moribondo che bussa alla mia porta.
Adorabile e fottuta Miss Sunday.
La miglior ricetta per svegliare qualcuno così strafatto è un metodo personale, ha funzionato anche con il sottoscritto diverse volte: un sonoro pugno all’altezza del naso.
Le nocche si infrangono sulla cartilagine che inevitabilmente va in pezzi, il getto di sangue che fuoriesce è solo il primo dei problemi perché, per quanto tu possa essere fatto di qualunque sostanza esistente al mondo e non, il tuo corpo funziona sempre e vuole preservarti sino alla fine.
Quando il respiro si fa affannoso per il liquido che ti sgorga a fiotti dal naso, quasi rinsavisci e non ti accorgi del dolore che senti quello è solo successivo.
Spirito di conservazione: prima ti preoccupi del perché respiri così male, poi dedurrai il cosa l’ha causato, generalmente questa fase è seguita con un urlo.
Meno male che sono pronto a passargli un pezzo di stoffa che argina il sangue, dopodiché un sordo schiocco di ossa e cartilagine sistema il naso, sono quelle cose che ti sono facili da fare quando capitano spesso.

“Dio…che male! … Un secchio d’acqua sarebbe andato bene comunque…Dio…”
“Probabile, anzi sicuramente ti avrebbe risvegliato comunque ma il divertimento dove lo metti? Odio poi i drogati che mugugnano dopo essersi sparati qualcosa in vena, sono fastidiosi.”
“Gia certo, ricordati di ringraziarmi la prossima volta che ti troverai te in questo stato…”
“Avrò la decenza d starmene chiuso in casa mia, non mi sentirò addosso la voglia di raggiungere il primo che capita e collassate per sbaglio sulla porta della sua vicina. Nuovamente.”
“Beh comunque grazie, ne avevo bisogno…di entrambe le cose. Una ripulita è quello che mi ci vuole.”
“Ti sei ridotto così in due giorni? Ero quasi contento di vederti bene ma vedo che il tuo vizio non l’hai perso. Cos’è mascarina?”
“Oh! Andiamo! Tu vorresti fare il moralista nei miei confronti? Te? Sei stato tu quello che mi ha fatto sniffare la mia prima pista di cocaina, mi ci hai portato te in questo vizio senza fine.”
“Serve, necessario magari, a volte ci aiuta a dimenticare quello che vediamo. Non devi usarla come scusa per sentirti sballato qualche ora e scoparti due diciottenni rimorchiate in qualche locale.”
“Lo sapevo che era una cattiva idea venire qua, lo sapevo.”
“Eppure lo dici ogni volta, e ogni volta sono io a ripescarti fuori da casa mia e darti una sistemata. Le cose non sono mai cambiate: sono sempre io quello che cerchi.”

Non ha il coraggio di ribattere questa volta.
Cosa mai potrebbe dire o fare? Me ne fotto del fatto che sono stato io a trascinarlo in questo giro, me ne fotto delle sue accuse.
Si è vero, l’ho accompagnato io nel circolo delle droghe quando ancora era un giovane con pochi peli che voleva sposare la sua ragazza del liceo.
Dov’è la mia responsabilità allora? Dove sarebbe la sua semmai, i nostri occhi…la nostra vista, non è un cazzo di potere da supereroe che fa figo sfoggiare.
No, è un pesante macigno che ci trasciniamo dietro per tutta la vita e a volte farsi di qualcosa ci permette di scordarci cosa i nostri occhi vedono ogni ora, ogni giorno, ogni mese per ogni anno della nostra esistenza.
Passerei anche una vita a farmi se per questo ma non la userò mai e poi mai come scusa per evadere dalle mie responsabilità.
Se scegli quello che noi facciamo, lo devi fare senza riserve seppur non vederlo, toccarlo e viverlo quando ti viene proposto. Un contratto schifoso lo ammetto, da furbi, prendere o lasciare: nessun sano di mente si farebbe contagiare da questo schifo dopo averlo visto anche una sola volta, ma è così deve essere così.
Se non sarebbe proprio come dicevo ieri sera: saremmo tutti esorcisti a questo mondo.
Ho gia bisogno di una sigaretta, per fortuna trovo un pacchetto mezzo pieno sul marmo della finestra.

“Tieni prendine una.”
“G-Grazie. Dio che mal di testa…perdonami è che…insomma non so come dirlo.”
“Tranquillo, va tutto bene. Capisco.”
“No invece. Dio che casino! E’ tutto un casino e non ne so uscire. Dove sei sparito due giorni fa? Nessun lascia il Circolo in quel modo.”
“Non siamo obbligati a rimanere sempre.”
“Ovvio, ma lasciarlo in quel modo plateale? Spero tu recitassi perché era tutto irreale…che ti è successo? Hai scazzato?”
“Non ne voglio parlare.”
“Come non ne vuoi parlare? Sei sparito! Letteralmente! Eravamo…io ero preoccupato. Ti hanno visto lasciare il Circolo in fretta, senza spiegazioni. In molti giurano di averti visto bianco e pallido.”
“Basta così, non ne voglio parlare.”
“Ma a me puoi dirlo io…”
“Basta così.”
“Come vuoi te. Ok, tranquillo non c’è problema. Volevo solo comunicare, parlare, instaurare una conversazione. Civile, educata e…insomma si, tra persone che comunque hanno un legame.”
“Quanto sei patetico dopo esserti fatto. Non finisci mai di parlare a sproposito, e spari raffiche di parole che nemmeno ti accorgi. Perché farti sino a questo punto pur sapendo quello che poi ti succede?”
“Dovevo, ne avevo bisogno. Lasciamo perdere questa storia va bene? Smettila di fare il papà incazzato non lo sopporto. E’ così difficile gia di suo con i miei i tuoi problemi, la fuori sembra tutto senza senso e se solo non avessi lasciato il Circolo ti saresti reso conto di come le situazione ci preoccupa tutti quanti.”
“Non c’è bisogno di presenziare a una riunione del Circolo per capire che le cose vanno male: ieri sera ho scoperto che un servo delle Lingue di Fuoco si era cibato di una ragazza.”
“Co-Cosa? Che stronzata grossa come una casa è mai questa? Un servo delle Lingue di Fuoco sa benissimo che è vietato per i sottoposti cibarsi di carne umana, per giunta femminile. E’ un loro dogma assoluto, per le Lingue di Fuoco, un loro servo che si ciba di un corpo umano significa che intaccare anche la sua anima. Non possono, è impossibile. Forse non sono il solo che si fa qua dentro, è così da dodici secoli…”
“Lascia perdere le nozioni storiche, quello che ho visto era un servo delle Lingue di Fuoco. La ragazzina e i suoi amici di letto hanno evocato lui e si è in qualche modo ribellato, l’hanno data in pasto al servo. La ragazza è poi diventata una specie di zombie senza vita, impura e intaccata nello spirito.”
“Dio…quanti anni aveva?”
“Diciassette”
“Dio!”
“Gia.”
“Un servo delle Lingue di Fuoco, di certo non i più nobili delle caste demoniache ma così saldi ai loro valori e principi. Una notizia del genere sarebbe qualcosa di…non so che dire…”
“La cosa però non ti sorprende.”
“Che cazzo dici? Una ragazza di diciassette anni è morta, la sua anima sarà persa per sempre e mai recuperata dal suo tormente e te insinui che non me ne frega niente?”
“Non ho detto che non me ne frega niente, dico solo che non ti sorprende. Non è così?”
“Hai il cervello fottuto, credimi. Qualunque cosa ti sia successa hai il cervello fottuto!”
“Siediti, non scappare via.”
“Tu sei suonato, è meglio che me ne vada. Sapevo che era un errore venire qua.”
“Siediti Demian!”

Ubbidisce, docile come un cane. Ho un certo ascendente su di lui, come è giusto che sia.
Cosa non lo sorprende del mio racconto? Per giunta è qualcosa che lo fa tremare, non è mascarina quella che scorre ora nelle vene.
Adrenalina, il ticchettio consulto dei polpastrelli sul ginocchio che non smette di muoversi. Paura, quello che l’ha portato sino al mio appartamento, che l’ha conciato in questo stato, che è in associazione al mio racconto.
Paura, il filo conduttore e non mi resta che tradurre questa paura. E non posso usare nemmeno le maniere dolci, tenta di scappare ma lo inchiodo al muro con una scarpata a piedi nudi.
Lo rialzo per i capelli della nuca per sbatterlo nuovamente sul divano ancora più spaventato di prima, ora delle lacrime scendono dal suo volto lavando i segni oscuri di sporco sui bordi della sua guancia.

“Demian vuoi spiegarmi il motivo per cui ti sei fatto?”
“E’ tardi, ti prego lasciami andare…”
“Demian perché sei conciato in questo modo?”
“Ti prego…”
“Giuro su mamma che ti pesto ancora come l’ultima volta se non mi dici perché sei qua.”
“Ho fatto una cazzata…ho fatto una cazzata…e ho bisogno di aiuto. Ti prego devi aiutarmi. Te lo chiedo in ginocchio…te lo chiedo da fratello a fratello.”

Dopodiché si butta veramente ai miei piedi abbracciando la mia gamba, le sue lacrime bagnano i boxer che porto, l’unico indumento che copre il mio corpo.
Mio fratello piange al mio capezzale e io in questo momento mi preoccupo di avere dei boxer che mi coprono.
Una mano arriva alla sua testa, sussulta nella paura di ricevere altre mie botte ma non è così. Raramente l’ho visto in questo stato, spaventato così mai.
Terrorizzato, paralizzato una paura che ho provato anche io solo un paio di giorni fa, proprio per questo almeno ora, il mio conforto non può mancare.
Che diavolo hai combinato Demian?

99 Giorni

•febbraio 5, 2008 • 7 commenti

“Figlio di puttana.”

Credo che siano le prime parole che pronuncio dopo ventiquattro ore di silenzio totale, non ci faccio nemmeno troppo caso e nemmeno la creatura davanti a me.
Persino il rivolo di sangue che esce dal piccolo taglio all’altezza della guancia, che scivola lungo i lineamenti del mio mento, sembra badarci molto.
Mi limito semplicemente a cercare con la mano sinistra, nella tasca interna del mio impermeabile sgualcito, un pacchetto di sigarette.
Camel, senza filtro: non avevo abbastanza monetine per il distributore automatico.
Con assoluta calma scarto il pacchetto e porto una delle sigarette alla bocca, nella tasca destra in basso dovrei avere un accendino.
Lo agito brevemente, con vigore per assicurarmi che ci sia gas, dopodiché incurvo leggermente la testa in avanti per poterla accendere.
Non c’è niente di più bello del primo fiato di una sigaretta. La nicotina pura che prende fuoco, la sua fragranza che inala la tua bocca.
Credo che persino i non fumatori apprezzino il primo fiato, prima che il tabacco si trasformi in un miscuglio di catrame e aromi chimici che impestano l’ambiente.
Fottuta dipendenza, non ne puoi fare a meno.

La luce intorno non è molta, solo il giallognolo riflesso di un insegna davanti a me illuminano a tratti la piccola stanza di legno vuota quasi desolata. I ricordi della persona che ci abitava sono stati rimossi in fretta, mi pare anche giusto e logico dopotutto.
Ovviamente c’è anche il piccolo e debole lumicino proveniente dalla brasca della sigaretta, osservo prima la mia piccola lanterna che brucia ad ogni mio respiro e dopo la creatura davanti a me.
Non smette di ringhiare ma non mi disturba, niente mi turba da questo piacevole momento di rilassamento, m piace il fatto che nessuno mi disturba mentre mi godo la mia sigaretta.
Probabilmente in molti non avrebbero nemmeno il tempo di girare le spalle per voltarsi e scappare dalla stanza, questo è il bello di essere del giro gia da alcuni anni.
Certo ogni persona sana di mente, ho con così tanto alcool in corpo da non reggersi in piedi, al mio posto avrebbe paura: infondo mi trovo davanti a una creatura poco più alta di due metri, fisico esile ma ben piazzato, di un color ocra come pelle e occhi rossi fiammanti.
La reputazione, gran cosa e nel mio lavoro può salvarti la vita.
Letteralmente

La cenere della sigaretta cade sul freddo pavimento di linoleum come se si infrangesse contro qualcosa più forte di lui, è affascinante ma da puro idiota rimanere ammaliati da qualcosa di totalmente banale come questo.
Probabilmente immagino ogni singolo pezzo di cenere che si stacca come un’anima umana, brucia di vita quando è attaccata al suo corpo nel momento in cui si stacca perde tutta quella lucentezza e cade inesorabilmente nel buio vuoto, nell’oblio per poi essere dimenticata.
Lo dicevo, discorsi idioti quando una creatura alta due metri continua a fissarti ringhiando, pulsando di rabbia.
Non muoverà un dito, quelli come lui non lo fanno, quelli come lui hanno paura. Purtroppo non è così per tutti, di molti ho io stesso paura.
Vedi? Le reputazione è tutto nella vita.

Fortunatamente posso smettere di pensare e immaginare cose frivole, penso di essere arrivato al limite di questa sigaretta, un ultimo lungo fiato prima di gettarla a terra e spegnerla con lo stivale destro.
L’ultimo getto di fumo esce dalla mia bocca e dal naso, si aggiunge a tutto il resto creando una nebbiolina come nelle strade la fuori. Non perdo però la visuale dell’insieme, gli enormi occhi rossi continuano a fissarmi, luccicanti nel buio e nel fumo.
Questa volta si muovono, è deciso a fare qualcosa e la cosa non mi preoccupa minimamente.
Ciò che esce dalla sua bocca non è lontanamente descrivibile a nessuna lingua umana, parola senza senso alle orecchie di tutti noi, persino le mie.
Posso solamente immaginare il suo urlo: un accozzaglia di volgarità contro i miei genitori, mia moglie e probabilmente mio figlio.
Notte sbagliata, persona sbagliata creatura del cazzo.
I miei genitori sono morti, cibo per vermi a quest’ora e le tue minacce contro loro non servono a nulla, la donna che più si avvicina a mia moglie è una ragazza di venticinque anni del sud-est asiatico che mi fa visita ogni venerdì per trentacinque sterline e per quanto riguarda la mia progenie…
Dio abbia in gloria il mo testicolo sinistro, sono fortunatamente sterile: una desertificazione totale che non mi regalerà le gioie di essere padre.
Come ho detto: una fortuna, non mi vorrei mai come padre.

“Ti renderò le cose più semplici possibili. Quelli come te hanno delle regole ben precise, che vanno rispettate o al limite fatte rispettare. Te, decisamente, hai pisciato fuori dal cesso, credimi. Fai bene ad avere paura di me, ma dovresti guardarti le spalle da chi può permettersi di fare certe cose. Te non ne hai l’autorità.”

Mi muovo a cerchio intorno a lui, lo fisso a lungo mentre lui non mi segue con i suoi occhi.
Ora mi accorgo che trema. Può essere buffo: una creatura di questo tipo con due enormi corni neri ricurvi che dalla fronte arrivano a toccare terra, trema di fronte a me.
In molti urlerebbero “Il demonio!”, “Il Diavolo tra noi”, “Lucifero!”, “Demone tentatore” e stronzate simili. Dovrebbero conoscere i veri diavoli prima di urlare contro a qualunque creatura deforme vedano.
Per fortuna in tutto il mondo sono pochi ad avere una vista come la mia, e quindi almeno 5 miliardi e mezzo di persone dormono sonni tranquilli.
Certo, fortuna nome davvero azzeccato per parlare del mio dono. Tutto questo pensare mi mette voglia di fumare ancora una sigaretta e senza badare alla mia creatura mi volto un attimo per accendere un’altra sigaretta.
Contemplo un pò le strade la fuori, deserte come dovrebbero essere giustamente in una notte piovosa come questa. Il tintinnio dell’acqua che batte sui tetti dei piccoli palazzi mi porta alla mente l’ultimo giorno di sole che abbia mai visto.
Mi sforzo tantissimo eppure non me lo ricordo, la pioggia, la nebbia e la foschia è talmente in simbiosi con il paesaggio cittadino che non potrei immaginarmelo in modo diverso.
Completo il mio giro attorno alla creatura, inondando la stanza ancora del mio fumo di sigaretta, e mi appoggio alla piccola scrivania accanto alla porta da cui sono entrato.
Ancora un paio d tiri prima di continuare a parlare.
Dopo più di un giorno passato nel mio silenzio e nel rumore della pioggia ne sento così tanto bisogno.

“E’ inutile continuare andare avanti così, sei di casta inferiore. I nostri linguaggi non si incontreranno mai ma te conosci me e io conosco te. Le cose allora si fanno terribilmente semplici: se il tuo padrone non ti ha ancora scoperto sei dannatamente fortunato, se ti ha scoperto e sei fuggito fino a trovare il sottoscritto puoi ritenerti ancora più fortunato. Certi pasti, come quello che hai fatto te, non dovrebbero esserti nemmeno concesso i la sotto, le gente che conta quella che fa più paura, non intende dividere il loro cibo con servi come te. Il tuo è stato un grosso e terribile errore, ma posso capire: nascete con ogni sorta di desiderio ed esigenza umana ma non avete i mezzi per soddisfarli. Anche io sarei abbastanza incazzato se nascessi con il chiodo fisso del sesso e mi accorgerei solo dopo di essere asessuato con una barbie qualsiasi, una terribile fregatura, concordo. Detto questo, torniamo a punto principale: perché sei fortunato? Banchettare con un corpo umano esce dalle concessioni che la tua gente ti ha imposto, e la morte che io ti assicuro è niente rispetto a quella che i tuoi padroni ti faranno passare con atroci sofferenze. Cosa c’è di più semplice ora da scegliere: una morte veloce, breve e senza disonore oppure lunga, straziante e umiliante?”

Ringhia ancora, sbraita e questa volta accenna una piccola reazione. Il parlare mio, il suono delle voce che attanaglia le sue orecchie lo infastidisce, il non comprendere, capire e decidere ribolle il sangue dentro di lui.
Mi spiace, non può scegliere per conto suo ma è stato fortunato a trovarmi perché potrò decidere io per lui.
Sulla piccola scrivania, su quale appoggio, c’è un piccolo sacchetto di carta marroncina che mi sono portato dietro da casa.
Ottimo whisky inglese, di quelli che ti fanno dimenticare le giornate da dimenticare, me ne servirebbe una bottiglia anche per me.
Svito il tappo e ne verso il contenuto proprio davanti alla creatura, con un dito sulla strozzatura della bottiglia, se ne cosparge il più possibile in modo uniforme.
Il grado alcolico è talmente elevato che è uno dei pochi whisky a prendere letteralmente fuoco, poche decine di secondi è vero ma più che sufficienti per questo tipo di creatura.
Tiro un lungo fiato alla sigaretta, non voglio sprecarla ulteriormente e poi la butto sul liquido cosparso a pavimento.
In un lampo si alzano delle fiamme alte poco più di qualche pollice, niente di così enorme ma è il fuoco a far crollare la creatura a terra come se fosse agitata da convulsioni umane. Il fuoco, il colore tipico, la sua lucentezza è così tanto brillante e accecante per la retina della creatura che provoca in lui reazioni a dir poco dolorose.
Deve essere un processo biologico tipico della loro struttura, dopotutto anche noi rimaniamo folgorati se fissiamo a lungo il Sole. E’ lo stesso principio, solo amplificato per mille e mille volte ancora.
Gli spasmi finiscono nel momento in cui la creatura diventa un ammasso di poltiglia giallastra, e quando non riconosco più un volto, degli occhi, una bocca, un corpo qualunque decido che il mio lavoro è finito.
Con una coperta trovata sul letto sull’unico letto della stanza spengo il debole fuoco e copro la pozza giallo ocra che si allunga sul linoleum.
Tracanno un sorso ancora avanzato dalla bottiglia di whisky prima lasciarla li dove l’avevo appoggiata entrando e nel momenti in cui esco dalla porta il vecchietto che mi ha chiamato per questo lavoretto sussulta.
Agitato arriva da me, da un semplice cenno della mia testa comprende che ho risolto tutto e si affanna a cercare dal piccolo portafoglio dei soldi.
Sterline accartocciate, sporche e usurate insieme a qualche monetina che nemmeno riesce a contare.
E’ più povero di e quasi mi fa terribilmente pena, con una mano li intimo che non c’è bisogno di nessuna ricompensa.
L’esorcista non è un lavoro remunerativo, non si fanno soldi e nemmeno gloria. Magari un po di gloria sia, ma sempre nei posti più giusti al mondo.

“La mia cara Elisabeth ora dormirà in pace in eterno, ora?”

Come posso dire la verità?
La sua unica figlia, l’unico componente della sua famiglia rimasto, sangue del suo sangue era in realtà una tossica che si faceva sbattere in un bordello da più ragazzi contemporaneamente.
Invasati, drogati e folli si sono imbattuti in una creatura, servo di ben e più pericolosi demoni, e hanno offerto la ragazza come tributo per il disturbo.
Come se evocare qualche creatura infernale fosse semplice, saremmo tutti esorcisti altrimenti. L’errore è stato fatale per questi ragazzi ma ancora di più per la creatura evocata.
Non poteva, non doveva banchettare con il corpo della ragazza, gli è stato proibito a lui a tutti quelli della loro specie.
Farsi divorare da creature di così bassa casta non significa solo la morte ma anche uno stato di non morte, peggio dell’essere zombie. Questo povero vecchietto ha visto morire due volte la sua giovane figlia, la seconda volta a causa sua con un martello da falegname.
C’è poco da fare, in questi casi era l’unica soluzione possibile.
Dovrei forse dire allora che non c’è possibilità nemmeno per l’anima della figlia? Violata e per sempre persa in un tormento unico eterno?
Buttare via la propria vita nel cesso a diciassette anni, così per niente per della droga e del sesso scadente.
Sono cose che mi disgustano, che mi fanno venire voglia di un’altra sigaretta. Forse cercarla, trovare l’accendino e accenderla è un buon temporeggiamento.
Ma so gia cosa fare, mi pare ovvio.

“Le è stato donato un posto lassù nel cielo di Dio nostro creatore. Era una brava ragazza.”

Stronzate.
Forse lo sa anche lui ma una frase di speranza crea lacrime dai suoi occhi che inondano il suo viso. Chi sono o per levare la speranza a chi può ancora averla?
Un emerito cazzo di nessuno, ecco chi sono e quando lascio la casa mi sento ancora più vuoto di prima nemmeno la sigaretta sembra essere rilassante, nemmeno la pioggia che cade su di me vuole essermi di aiuto.

So solo che è un giorno in meno questo, un giorno in meno che mi separa dalla mia morte.